Quel grido da Belluno: «Autonomia o morte» (nostra o dello Stato ladrone?)

Su Belluno Autonoma Dolomiti Regione, una intervista a Diego Cason sulle prospettive future legate al movimento per l’Autonomia della nostra provincia.

Riproponiamo qui il testo dell’intervista che Diego Cason ha rilasciato a Zenone Sovilla dell’Adige,  apparsa sul numero del 25 agosto 2011.

«Per la nostra provincia ormai è questione di vita o di morte; ma sono convinto che anche Trento e Bolzano sarebbero rafforzate significativamente in una regione che, aggregando anche Belluno, vedrebbe riunite le tre entità territoriali delle Dolomiti. E tutto a costo zero, perché noi non chiediamo più soldi ma di poter gestire direttamente quanto ci viene destinato oggi da Stato e Regione».

Diego Cason, sociologo, è una delle anime del movimento «Belluno autonoma, Dolomiti regione», che in un paio di mesi ha raccolto ventimila firme per un referendum, in sintonia con l’articolo 132 della Costituzione, che chieda il trasferimento della provincia dal Veneto al confinante Trentino Alto Adige. Sulla scorta del fermento popolare, è arrivato il sostegno trasversale delle istituzioni rappresentative, fino al voto quasi unanime (solo la Lega si è spaccata) in consiglio provinciale per il via libera all’iter in Cassazione. […]

Che cosa andrete a spiegare? «Ascolteremo gli altri e illustreremo le nostre ragioni; ma  insisteremo anche sul concetto che l’unità dell’area dolomitica sarà sempre più, per tutti, una fonte di energia davanti ai rapidi processi globali che aumentano la pressione e i rischi socioeconomici per territori complessi quali sono Trento, Belluno e Bolzano. Vogliamo anche chiarire che non intendiamo assolutamente interferire, contestare o levare nulla alle altre due province, cui riconosciamo pienamente il diritto all’autonomia speciale. Non pretendiamo né uno statuto identico né un analogo  trattamento economico. Fatte le varie ponderazioni, nel bilancio rimane un gap di circa 600 milioni di euro l’anno, ma a noi non serve colmarlo, quel che conta davvero è poter decidere sui trasferimenti di quel miliardo e 200 milioni di euro di cui sono già titolari i bellunesi (il cui reddito pro capite medio, peraltro, non si discosta dai livelli delle due province vicine)». […]

Quali sono i limiti dell’attuale architettura?«Molti. Se Trento ha piena potestà di indirizzare secondo le reali esigenze del territorio i suoi cinque miliardi e mezzo in bilancio, da noi non è affatto così: quei fondi pubblici vengono usati sulla base di leggi scritte altrove, dallo Stato e dalla Regione Veneto, secondo criteri che rispondono ai bisogni e a logiche tipicamente di pianura. È una stortura devastante che si replica nella gran parte delle zone montane d’Italia, che sono il 74% della superficie nazionale».

E se alla fine il referendum provinciale non fosse concesso? «Un’altra opzione sarebbero referendum comunali a catena (oltre ai tre comuni ladini storici e ai germanofoni di Sappada, anche Lamon e Sovramonte hanno già votato per lasciare il Veneto, ndr). Naturalmente speriamo di non dover arrivare a queste scelte estreme, ma ormai siamo arrivati à la guerre comme à la guerre: è in gioco la sopravvivenza dei territori, ci sono interi paesi che stanno scomparendo e noi non intendiamo morire senza farci sentire».

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