Mi ero ripromesso di astenermi da altri commenti, oltre a quello espresso brevemente ieri, riguardanti l’assegno di Pieve. Ma questo video mi ha spinto a ricredermi. Siamo alla rappresentazione della decadenza, la più stucchevole. Ci sono amministratori – quello di Pieve nel video insieme agli altri 67 che costituiscono l’assemplea del Bim-Gsp – che per anni (certi fra loro per 8-9) hanno votato nelle sovrane assemblee a favore di bilanci che contenevano il cancro che sappiamo – vergogna per tutta la provincia di Belluno – e che oggi si è metastatizzato con un peso di 80 milioni di euro raccontati dalle cronache.
Questi sono gli amministratori che quel cancro lo hanno visto crescere sotto i loro occhi e che oggi, per salvare la situazione, cioè per porre rimedio alla loro plateale incompetenza, hanno aumentato del 30% in un sol colpo la tariffa, con la previsione di un ulteriore 5% all’anno fino al 2019.
A fronte di tutto ciò, tanto per fare un esempio, ci sono poi delle generose teste di cavolo, probabilmente generose a loro insaputa, che, a fini sociali (… per i poveri), fanno avere al comune di Pieve 5.000 euri. Ma ti pare che uno che desidera sinceramente e genuinamente fare un’opera di bene disponendo di 5.000 euro vada a metterli nelle mani di una macchina che per proprietà intrinseche, senza alcun riferimento alla purulenta vicenda Bim-Gsp, non è certo quella più efficiente (anche per vincoli normativi) nell’allocare risorse di questo tipo e con quelle finalità? Ma per piacere!
No, con i bilanci opachi presentati (per modo di dire) dai comuni ai loro cittadini, e definirli opachi è un puro eufemismo, oltre al 5×1000, che è già una concessione, niente va dato allo stato – perché questo è oggi il comune, una rappresentazione periferica dello stato che esplica attività locali – che non sia quello che già il medesimo stato ti estorce forzatamente con le tasse. Tornassero sul nostro territorio, quelle nostre tasse, potremmo anche farcene una ragione. Ma così non è, visto che servono per alimentare uno stato fogna che si porta via 20 miliardi di residuo fiscale dal solo Veneto (ne parlavo qui solo ieri).
A Pieve di Cadore qualcuno ha deciso di donare 5.000 euri al comune facendo recapitare assegno e bigliettino accompagnatorio all’indirizzo del sindaco. A seguito della lettura dell’articolo del Gazzettino avrei altre considerazioni da fare, ma sarebbe come sparare sulla Croce Rossa. Mi astengo, questa volta.
Sottolineo soltanto che pur capendo il senso che il sindaco ha voluto dare – bontà sua – parlando al plurale di “cittadini” (che sarebbero molto vicini a sindaco e comune), qui trattasi semplicemente di “cittadino“, singolo, che per quanto ne sappiamo potrebbe essere stato mosso da genuina compassione o da altri mille motivi che di civico potrebbero avere, magari, ben poco o nulla.
«Non intendo chiedere da che conto arrivano quei soldi – assicura il sindaco – [...]. Nel biglietto che lo accompagna c’è la dimostrazione di come i cittadini siano molto vicini al sindaco, al comune. Di come bisogna essere rispettosi e trasparenti, umili, non arroganti: solo così la gente ci capisce e ci sta vicino»
Ecco un bell’articolo che dipinge con eleganza la cogliona formica veneta e che ha il solo difetto di riportare un dato non corretto (L’intraprendente ha nel frattempo prontamente verificato la mia segnalazione e provveduto alla rettifica ndBLOZ). L’autore parla di 200 milioni di residuo fiscale che il Veneto vanterebbe nei confronti dello stato (il residuo fiscale è la differenza fra ciò che un territorio paga in termini di tasse e ciò che al medesimo viene restituito dalla pubblica amministrazione in risorse e servizi). La cifra, di per sé, è “giornalisticamente sbagliata” nel senso che normalmente i dati si intendono su base annua, se non diversamente specificato. E su base annua il residuo fiscale del Veneto è stimato in 20 miliardi(20, non 200; ma miliardi, non milioni, quindi 100 volte tanto).
Per questo si dice che se le tasse pagate dai veneti restassero nel Veneto ogni famiglia, intendendo con essa un nucleo di 4 persone, potrebbe contare su 16.000 euro di tasse in meno, a parità di servizi ricevuti, oppure (per assurdo), nell’ipotesi di continuare a pagare le stesse tasse, in un pari importo di servizi, prestazioni ed investimenti resi dalla pubblica amministrazione (in aggiunta a quelli odierni). Dicevo che quei 200 milioni sono un dato sbagliato ma, in fondo, neanche tanto, nel senso che rappresentano semplicemente il residuo fiscale che si accumula sul territorio veneto in poco meno di quattro giornate solari: prima che sia definitivamente rapinato dallo stato italiano.
Ho preso in prestito dall’articolo segnalato la prima frase dalla quale ho tratto il titolo di questo post. Ma non si tratta di semplice ingiustizia, si tratta di conclamatosopruso. Quanto tempo ci vorrà prima che i veneti – e soprattutto i lombardi sulle cui spalle grava la maggior parte del residuo fiscale che alimenta il buco nero italiano – insorgano per riprendersi ciò che è legittimamente loro (cioè nostro)?.
Il silenzio di chi tace davanti a un’ingiustizia é colpevole nella misura dell’ingiustizia stessa. E il Veneto pare non averlo imparato. I vigneti sembrano poggiarsi su risaie, tanto l’acqua ha invaso i terreni. Le coltivazioni agricole già provate dalle intemperie e dalla grandine sono irrimediabilmente perdute. Strade dissestate e case, oggi, abitate da fango e detriti. [...]
Che il Veneto vanti nei confronti dello Stato un residuo fiscale superiore ai 200 milioni di euro [20 miliardi, vedi nota introduttiva ndBLOZ], ma comunque non riesca ad ottenere i fondi per terminare le barriere architettoniche e i bacini di laminazione in cantiere da oltre quattro anni non può essere più importante degli aggiornamenti sull’asse Hollande-Merkel o della giornata mondiale contro l’omofobia.
[...] Con le immagini prese da internet, perché tanto le formiche non piangono. E se non piangi, in Italia, non hai una notizia. Perché 5 milioni di persone che hanno smesso di essere arrabbiate e che hanno imparato a vedere la soluzione a un’emergenza come l’assenza di un problema da risolvere il giorno dopo, non sono una notizia. Sono una risorsa per chi lacrima sul numero verde con cui donare piccole somme a emergenze con meno della metà dei danni ma con il doppio della visibilità. Ma sono anche la gioia di chi trae profitto dal vittimismo laborioso di chi “fa e non insegna”, dal popolo tronfio del suo pragmatismo, che non capisce di essere stato appaltato da se stesso a metà compenso. Lavora e tace, perché le valutazioni e le responsabilitá di quanto é accaduto oggi si faranno domani, dice dall’ottobre del 2010 almeno. Ma chi tace non può lamentarsi dell’ingiustizia quindi, formica, sei colpevole dell’indifferenza in egual misura. (leggi tutto su L’intraprendente)
In attesa del quadro di confronto “interetnico” provinciale, più o meno come quello presentato per il 2011, ecco la situazione riguardante le presenze turistiche del 2012 in Cadore (Comelico, Centro Cadore, Val Boite) con un confronto su base annuale con il 2011. Il secondo grafico rappresenta gli stessi dati del primo ma con Cortina d’Ampezzo “compressa” in modo da permettere di visualizzare più dettagliatamente i rapporti fra tutti gli altri comuni.
Nel grafico a torta è rappresentato il peso percentuale relativo che ogni comune ha sul totale delle presenze. La parte del leone la fa naturalmente Cortina con il 50% delle medesime; nel quarto grafico, relativo alle quote cumulate in ordine crescente delle presenze nei singoli comuni, è ancor più facile verificare che il 70% delle presenze è dato dall’insieme di Cortina, Auronzo e S. Vito, percentuale che sale all’82,72% con l’aggiunta di Sappada e Selva e raggiunge il 90% (89,64%) con l’aggiunta di Borca e Comelico Superiore. I restanti 14 comuni si spartiscono il 10% delle presenze di tutto il comprensorio.
Non si dovesse trovare bene al posto di neo Ragioniere (tiente duro: i burocrati di questo tipo si inchiodano per la vita a sedie di paglia, figuriamoci al trono della ragioneria dello stato), Daniele Franco, da bellunese qual è, potrebbe sempre dispensare qualche consiglio per illuminare la mefitica vicenda del Bim-Gsp. Nel frattempo, dovesse interessarvi, potreste leggere alcune considerazioni tratte da un articolo di Gustavo Piga riguardanti il ruolo tanto del Ragioniere quanto della Ragioneria:
Se gli uomini al comando di Bankitalia sanno di essere destinati un giorno al posto di Ministro, o Ragioniere, per quanto probi ed onesti, come non immaginare che oggi limiteranno le loro critiche, costruttive ed essenziali, al Governo? [...]
Perché non chiedere una volte per tutte di spostarci da un sistema dove quanto si spende e come si spende viene deciso in buona sostanza dai tecnici della Ragioneria – che non fanno vedere i dati in loro possesso né al Parlamento né al Governo (il clamoroso fallimento di Bondi è in parte dovuto alla forte resistenza della Ragioneria a mostrargli i dati ed in parte al fatto che il Governo Monti lo ha abbandonato, lui e la sua spending review, al loro triste destino di oblio) – e dal Ministro dell’Economia ad un sistema [...]
Chiunque verrà alla Ragioneria – per quanto migliore di chi lo ha preceduto – è tema irrilevante se il Presidente del Consiglio non si esprimerà chiaramente e fattivamente a favore di una nuova Ragioneria, di una nuova trasparenza, di una nuova volontà di lotta agli sprechi.
La ragazza è dotata intellettualmente, lo devo riconoscere. La qual cosa pone talvolta un certo imbarazzo, soprattutto a chi pensa al padre, perché la gente s’interroga dicendosi «Ma come è potuto succedere?». Io non posso che opporre l’unica difesa che ho a disposizione, cioè «Ha preso tutto da sua madre!».
E non si creda che la Nostra sia solo casa, chiesa e scuola e che per questo trascuri lo sport. Come disciplina sportiva non ha scelto la corsa campestre o il lancio del giavellotto, questo no, si è dedicata al pattinaggio artistico, fin da piccola, con scrupolosa diligenza. E qui va aperta una parentesi per ringraziare, ma che dico ringraziare, fare un monumento alla Nonna che l’ha scarrozzata in tutti questi anni affinché potesse “volare sui pattini”: fosse stato per me, l’avrei legata ad un palo con 20 metri di corda. Ed anche in questo caso non so proprio da chi abbia preso, perché più di dare qualche calcio ad un pallone e rinunciare ancor giovane alle mie velleità arrampicatorie (sulla Torre Piccola del Falzarego ho scoperto di essere un pavido coniglio), non ho altri fulgidi ricordi.
Ha anche una grande passione che coltiva con estrema creatività: la cucina. Anche questa sicuramente trasmessa dalla madre. Dall’aprile del 2012, da quando in casa cucina lei, sono passato da 84 a 91 chili. Lo so, a vedermi non di direbbe, ma è tutto lì: si tratta di grasso double density, forse l’unica caratteristica positiva che mi resta e di cui mi possa davvero vantare.
Due giorni fa, mentre stava facendo ginnastica con il solito proverbiale religioso scrupolo, mi ha detto (in ladino 100%) «Voglio aprire un ristorante! Dove posso farlo?». Notare che non mi ha chiesto “come si fa”, ma semplicemente “dove”. Senza sorprendermi, in tutta serietà, le ho risposto «Chiedi al comune, che si stanno grattando la rogna dei Pellegrini». La mia, raga, era una battuta, naturalmente. Era una battuta. Giuro.
Ieri torno a casa e mi fa: «Ho telefonato in comune, faranno a breve un bando, orientativamente viene intorno a 1.100 euro al mese». Oh cazzo, mi son detto!! Questa mi prende in giro: ma no, scopro che ha telefonato davvero. E poi ha iniziato a farmi un breve ma intenso pistolotto sulle incentivazioni che l’imprenditoria giovanile dovrebbe avere, sulle assurde barriere d’ingresso al mondo del lavoro ecc. ecc.. Io, su sua richiesta, tempo fa, glielo avevo detto che l’Italia è un paese di merda, che lo stato è violento ed arrogante ed occupa queste terre senza legittimazione popolare, che le tasse sono un furto e tutto il resto del campionario concettuale liberale, liberista e libertario di cui la mia umile mente dispone.
Questa mattina mi ha detto che lunedì passerà in comune per … “comprendere i dettagli”.
Caro sindaco, io ti avviso, ti raccomando: attento a sta qua! Dietro a quel bellissimo sorriso si nasconde una pazza scatenata.
Giornata di approvvigionamento viveri di sussistenza:
Oca giuliva starnazzante: «I à dito n television che l Giro d’Italia portarà ca da noi n grumo de turiste. Chi che varda dopo i vien ca su…».
Orso Grigio: «sì, sì, i vien a vede l cu de la vedela, core mo’ …»”
Mi sono ben guardato dall’intervenire, altrimenti le ultime arance della stagione avrebbero potuto costarmi un’ora di tempo. Ma un’idea sull’argomento ce l’ho. Perché non lo chiedete ai cortinesi ed ai sanvitesi che il traino del Giro ce l’hanno avuto l’anno scorso?
Dati del 2012 confrontati con l’anno precedente, totale presenze ed arrivi:
Cortina d’Ampezzo: -3,2% presenze, -0,86% arrivi (se guardiamo ai soli italiani, giacché i turisti stranieri sono … “fuori dal Giro”, la caduta è stata di -6.8% per le presenze e -5.3% per gli arrivi).
San Vito di Cadore: -7,0% presenze, -11,3% arrivi (se guardiamo ai soli italiani, la caduta è stata di -6,48% per le presenze e -11.0% per gli arrivi).
Così eh, tanto per dire (chiedo perdono per il mancato dettaglio mensile relativo all’estate, ciò che conta è il concetto). Magari quest’anno va meglio. E ditelo anche al signor Coca-Cola che tutti quegli spot che manda ricorsivamente in onda non servono a un razzo. Basterebbe inquadrare la mitica bottigliona una sola volta durante il Giro!
Come nel post precedente riguardante le presenze della Val Pusteria, e sempre per sottolineare l’ovvietà di certi numeri. La provincia di Belluno nel 2012 ha totalizzato 4.175.874 presenze mentre la sola Cortina d’Ampezzo è giunta a 1.026.547. Che è come dire che una presenza su quattro – il 24,6% – va attribuita alla Regina delle Dolomiti.
Divagazione dal sapore “referendario”: se alle presenze cortinesi ci aggiungiamo quelle di Livinallongo (339.195; quelle di Colle sono trascurabili), il peso delle presenze nei territori referendari “storici” che hanno deciso per il passaggio all’Alto Adige diventa, sempre rapportate al totale provinciale bellunese, di una su tre (32,8%).
Il peso di Cortina-Livinallongo-Colle nell’ipotesi che confluiscano nell’Alto Adige, che conta nel 2012 29 milioni di presenze, sarebbe invece del 4,6%. E ciò spiega in buona parte perché quelli di Cortina vadano ogni tanto in processione da Durni mentre gli altoatesini non si scaldino poi più di tanto per avere con sé la Regina (è un buon affare, ovviamente, ma se non dovesse andare in porto non lasceranno cadere neanche una lacrimuccia).
Sono anni che, a titolo puramente personale, incontro e confronto i dati dei flussi turistici in generale e della provincia di Belluno e del Trentino Alto Adige in particolare. E ad ogni occasione resto sorpreso come fosse la prima volta. E di primo acchito non riesco ad andare oltre l’ormai stupida domanda: “ma perché succede tutto ciò, perché?“. Ah, me ne dimenticavo: nel 2012 la provincia di Belluno ha registrato una perdita dell’1,8% di presenze, la Val Pusteria un aumento dell’1,5%. Relativamente ad un anno non sono dati su cui piangere od esaltarsi: sono i trend che, in mancanza di un cambio di marcia, condannano la provincia di Belluno e lasciano ben sperare la Val Pusteria e tutto l’Alto Adige.
(mappa rielaborata dal BLOZ tratta da “Turismo in alcune regioni alpine – 2010 – ASTAT”)
p.s. A metà del 2011 pubblicai un articolo richiamando un rapporto dell’ASTAT che descrive il trend del flusso turistico aggiornato al 2010 in alcuni comprensori alpini di Svizzera, Austria, Germania e Italia che “gravitano” attorno all’Alto Adige e con i quali il medesimo si misura e confronta costantemente. Il rapporto considera le sole presenze alberghiere, ma dà una descrizione precisa dei rapporti reciproci in campo.
Gli altoatesini affogano le proprie frustrazioni anche nel bere. Lo fanno meglio di qualunque altro “italico” (le virgolette hanno qui valore etnico). Nel senso che con la bottiglia ci danno dentro quasi quattro volte di più della media nazionale (in alconomia: l’Alto Adige fra autonomia e alcolemia qualche dettaglio in più). Ma avevamo già visto che sono capaci di altre e più nobili prestazioni, a partire dagli stalloni pusteresi (qui la tabella e quo i grafici).
Ora l’Astat ci informa che non solo ciulano frequentemente, ma lo fanno tranquillamente anche fuori dal matrimonio – e non solo per sollazzarsi, cosa che risulterebbe alquanto comprensibile – ma anche per mantenere la specie. Il 44,7% dei figli nascono infatti fuori dal matrimonio, contro una media italica del 25% (un bebè ogni quattro). E poi, una volta creata la famiglia, autonomizzano, cioè socializzano dentro ad un contenitore sociopolitico autonomo (e di tanto in tanto alzano il gomito).
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