Succede che la vipera di Calalzo si sia arrogata una buona fetta del potere esecutivo (sapete, la storiella della suddivisione dei poteri in esecutivo, legislativo e giudiziario …). Lei si è fatta vedere e ZAC il sindaco ha scucito immediatamente un’ordinanza per contenere la rabbiosa diffusione del rettile. Si tagli l’erba, si potino le siepi e … visto che ci siamo, si potino anche gli alberi (la cosa nasce dalla credulità popolare secondo la quale le vipere, quando devono espellere la propria prole dal gonfio corpo, lo facciano dall’alto di un albero, si dice per non essere morse dalla prole stessa: che progenie ragazzi!).
A Lozzo di Cadore, però, succede di peggio. Esiste una malvagia creatura, ormai conosciuta come … quel perfido serpente velenoso, verso la quale il potere esecutivo ha lanciato da tempo il suo anatema nonché scomunica. “Se vediamo qualcuno fargli visita … siete fuooori!”. Da tempo non ricevo più visite e languo contorcendomi in un spinoso quanto distruttivo sentimento autocolpevolizzante. Ho prestato degli attrezzi ad un amico: è venuto a riportarmeli a notte fonda, non prima di aver fatto tre-quattro giri di perlustrazione per verificare che non vi fossero delatori nei paraggi.
Ne ho composto un quadretto (escludendo l’argomento asfalto) che descrive, mettendole in evidenza, la ringhiera e le due aree di verde pubblico comunale che costellano l piazal.
Possiamo discutere per ore ed ore ed ore sulla cosiddetta sussidiarietà, sul “non si possono pretendere miracoli”, sui miracoli che invece accadono (magari nelle vicinanze delle domus di qualche amministratore). Resta il fatto che la estrema facilità con cui si possono organizzare i concertini al concertorium (basta un telefono ed il portafogli guarnito), permette di spendere per una sola memorabile serata, per un solo ma paradisiaco momento musicale gli ormai famosi 3.410 € (se non si è capito, ribadisco, per un solo concerto).
Ma anche la cultura vuole la sua parte (altrimenti, è ormai consolidato, i turisti non tornano più a Lozzo). Vedremo poi quali saranno i costi del concertorium per quest’anno (panem et circenses: commento-1, commento-2).
Fatto sta che, come suggeriva Gianluigi, a distanza di pochi metri dal “tempio della cultura“, vi sono alcuni elementi del degrado urbano lozzese che andrebbero presi in considerazione.
Il degrado non si misura facilmente. Se si confronta con una bidonville Lozzo è un paradiso, se si confronta con Beverly Hills ne esce con le ossa rotte. Ma a noi Lozzo di Cadore piace così com’è. Solo che ci piace anche parlare di questa Lozzo “tutta da bere”.
Ci piace indicare le cose che vanno (sindaco, vice e giunta) e quelle che non vanno (tutto il resto). Nel farlo usiamo una cosa che si chiama testa e che contiene un aggeggio che si chiama cervello. Questo aggeggio, talvolta, dà vita ad opinioni. Queste possono essere condivise o meno. Punto.
Vi sono forme di degrado che sfuggono alla nostra percezione. Il palazzo P-M è una di queste. Non perché sia un olcoloz, valutazione di carattere meramente architettonico, ma perché risulta ancora chiuso, nonostante i 630.000 € della Regione e i 270.000 € del mutuo comunale (questi i dati formali, per quelli reali dovremmo aspettare il 2050, allo scadere del segreto di stato). Chissà cosa mancherà! Non mi pare che nell’ultimo comunicato-comunale il sindaco ne abbia parlato: forse lo farà nel prossimo dispaccio.
Può essere che tutta la cosa sia congelata in attesa di definire la sede della Fondazione Unesco. Intanto l’isola informativa di Caralte è stata avviata mentre per quella di Lozzo, che dovrebbe ospitare un “centro territoriale di accoglienza, promozione e valorizzazione turistico ambientale e culturale“, non se ne sa ancora niente. Speriamo in delucidazioni, attese sempre nel prossimo comunicato comunale.
Nel frattempo, tutti assieme, in uno sforzo esorcizzante collettivo, proviamo a gridare con forza la parola magica: apriti palazzo Pellegrini ….
Buongiorno, l’amministrazione comunale spende queste cifre per i concerti e rinfreschi, a 20 metri dalla porta dell’auditorium c’è una fontana con una ringhiera ormai marcia di ruggine poco più avanti verso casa mia un’altra ringhiera rotta in due punti, storta in un altro, piena di ruggine (sarnno 30 anni che non le toccano) e dulcis in fundo due parcheggi di fianco a casa mia, con l’asfalto completamente sfarinato pieno di erbacce e escrementi di gatti randagi. Queste situazioni le sto segnalando da anni (l’anno scorso il sindaco ha visto insieme a me di cosa parlo) ma nulla fanno per sistemare queste indecenze con la motivazione che non ci sono soldi!!! Ma quando vogliono i soldi ci sono!!! E’ la volontà che manca questi comandano !! non governano !! Saluti.
Senza mettere in dubbio che la nostra devota amministrazione abbia elaborato un piano particolareggiato di interventi a favore della riqualificazione dell’arredo urbano (sto scherzando), resta il fatto che gli ultimi veri e propri interventi strutturati di arredo urbano risalgono al 1994 (con l’eccezione della pavimentazione di piazza iv novembre).
Mi riferisco a quegli interventi spinosi in cui si sovrappongono problemi di proprietà, contese confinarie di pochi centimetri, diatribe interpretative al regolamento edilizio, talvolta mentalità non proprio avanzate dei chiamati in causa che comportano, per la definizione dell’intervento, una vera e propria “battaglia dialettica”, non sempre ma spesso (un esempio per tutti: il parcheggio-garage di fianco al Museo della Latteria, dietro la calonega).
Poi ci sono le asfaltature, le ri-asfaltature ed i rattoppi che di arredo urbano non hanno niente di strutturale ma che, perlomeno, risolvono e mantengono quella che è la “facciata” del problema, la componente estetica (e talvolta funzionale), per dirla in breve il decoro urbano. Una passeggiata, rispetto ai problemi accennati precedentemente.
Quello descritto dalle foto seguenti è uno di questi: ringhiera e asfaltature di un’area degradata del paese. L’ultima foto documenta un’auto-asfaltatura per non portarsi la ghiaia in casa. Nessun monumento all’autore, lui per primo ne conviene, chissà quanti altri casi di auto-soluzione e auto-interessamento vi sono in paese. E’ che quando i metri quadri da asfaltare diventano tanti, l’eventuale sussidiarietà non può che lasciare il posto all’intervento dell’amministrazione.
Caro Gianluigi, non disperare. Se, come dici, un anno fa il sindaco è venuto a “vedere”, beh già questa è una garanzia. Si tratta solo di aspettare. Uno di questi giorni la seconda puntata col piazal e la ringhiera del … concertorium!
Doveva essere un articolo sul decoro urbano “suggerito” da Gianluigi Nardei. Ma sarà per domani. Oggi sono incappato in questo più che simpatico video della Coca Cola (mirabile dal punto di vista comunicativo) ispirato alla “happiness machine”. Mi sono ricordato di aver parlato della macchina della felicità in risposta ad un commento di @paperinik, con una battuta telegrafica in questo commento. Gli argomenti concettuali toccati dal video si possono applicare in vastissimi ambiti. La domanda però è: chi è che mette le “coche” e dà avvio alla felicità?
dal Gazzettino: Sotto sequestro le farmacie di Lozzo e Lorenzago. [...] Di certo c’è una chiusura che riguarda sia la farmacia di Lozzo sia quella di Lorenzago, gestita stagionalmente dallo stesso titolare per alcune ore al giorno per venire incontro alla popolazione turistica composta prevalentemente da anziani. Una tipologia di villeggianti che ha maggior bisogno, rispetto ad altre, dei servizi di una farmacia dei quali si trova ora sprovvista. Considerato l’isolamento dei due paesi montani il servizio farmaceutico causerà problemi a gran parte degli abitanti di entrambi i luoghi.
Dovevamo quindi dar ragione a chi sosteneva che la tangenziale ci avrebbe tagliato fuori. E noi che pensavamo di averci guadagnato in tranquillità. E ora?
Vorrei proporre una seconda riflessione sul tema multe, sul fatto che non sarebbero gli amministratori a sollecitare il vigile (polizia locale) a fare le medesime e sul fatto che la gente si lamenterebbe di queste in relazione all’intransigenza del vigile.
Mi pare logico ipotizzare che se alla polizia locale (vigile) viene chiesto di controllare il paese, è probabile che nel percorrere le varie strade, dato il crescente numero delle auto delle varie famiglie, vengano accertate violazioni in tema del codice della strada e, data la conformazione del paese specie per la parte vecchia, è facile immaginare che queste siano in buona parte da ricondurre alle soste (soste, si badi bene, vietate da regole ed ordinanze comunali e da regole generali stabilite dal codice della strada). Non penso che il nostro agente si diverta ad elevare contravvenzioni a destra o a manca, se lo fa è perché il suo ruolo glielo impone ed una eventuale omissione lo potrebbe esporre a denuncia per non aver fatto il proprio dovere.
Nei giorni scorsi, era sotto gli occhi di tutti, gli operai comunali hanno ridisegnato i posti dove lasciare in sosta le auto. Segno evidente che l’amministrazione intendeva ed intende confermare questo tipo di disciplina, diversamente non l’avrebbe fatto fare od avrebbe annullato il relativo provvedimento.
Ora, se la polizia locale, nel corso del proprio servizio, accerta che dei veicoli vengono lasciati in sosta fuori dai posti segnati, non può far altro che elevare la contravvenzione. In questo caso c’è da pensare che o c’è la noncuranza dell’automobilista o c’è carenza di parcheggi.
Non si può certo attribuire la colpa alla Polizia Locale quando, per fare un esempio, è la stessa amministrazione a sottrarre parte dei posti di parcheggio pubblico (mi riferisco al parcheggio in piazza IV novembre), concedendoli in uso per un paio di mesi ai bar (non so quanti, non so quali). Non discuto le argomentazioni alla base del provvedimento ma è evidente che, come recita un detto popolare, “o la botte piena o la moglie ubriaca”!
Se poi si ritiene che la presenza della Polizia Locale sia “troppa” (si fa per dire) nel paese, la si invii a controllare anche altre parti del territorio, come più volte ribadito in altri articoli! Non possiamo immaginare che la Polizia Locale sia come un “libero professionista” che va dove vuole e come vuole. Tanto più che una amministrazione ha il dovere di creare le condizioni per ottenere la massima efficienza da parte del proprio personale. A questo proposito è facile immaginarsi che le attività della Polizia Locale saranno senz’altro determinate da un ferreo regolamento, ma è altrettanto ovvio immaginarsi che le stesse attività possano e debbano essere sottoposte a direttive di carattere “politico” espresse dall’amministrazione.
Non appena avrò l’occasione chiederò proprio alla Polizia Locale se quanto penso corrisponda alla realtà. In particolare, sempre che mi possa rispondere, vorrei cercare di capire, a beneficio di tutti i lettori, quali siano le “direttive politiche” dettate dall’amministrazione alle quali deve conformarsi nell’esercizio delle proprie mansioni. Mi piacerebbe inoltre chiarire, se vi sono, quali siano queste supposte “non disponibilità” da parte sua cui si fa cenno “in piazza”.
Nel tardo pomeriggio di giovedì scorso ho avuto un breve colloquio con il vicesindaco che mi ha pregato di segnalare che “sono 6 anni che la nostra amministrazione combatte la battaglia contro le multe”. Tutto ciò in relazione all’articolo mentre a Faé-Veleza si sbanca il territorio, la guardia comunale di Lozzo di Cadore è costretta a contare le macchine che passano per il paese da me scritto il giorno prima, nel quale sostenevo che, visto che palesemente la guardia comunale non presidia alcuna parte del territorio che non sia l’agglomerato urbano (paese), ritenevo che tutto ciò potesse essere motivato da “Perché faccia più multe, evidentemente”.
Questa mia opinione non sembra condivisa dall’amministrazione che, per bocca del vicesindaco, tiene anche a precisare che ci sono dei dati a dimostrazione della loro tesi. Ecco i dati fornitimi dal vicesindaco: durante l’ultimo anno di amministrazione di Alessandro Da Pra, l’introito per multe è stato di 45.000 €. L’anno successivo, il primo dell’amministrazione Manfreda, l’introito è passato a 15.000 € per stabilizzarsi poi, negli anni successivi, tra i 10 e i 12.000 €.
Preciso che il mio interesse è capire perché l’agente di polizia locale – guardia boschiva Achille Da Pra non presidia tutto il territorio del comune di Lozzo di Cadore ma solo e semplicemente la parte urbana, tra l’altro con direttive (se sono tali) alquanto discutibili. Quello delle multe quindi sarebbe un problema “accessorio” , ma visto che se ne vuol parlare parliamone.
La mia opinione. Achille Da Pra e Giuseppe De Polo, senza saperlo, sono stati fra i fautori del successo elettorale della tornata del 2004. La parte populista della campagna venne infatti incentrata sulla caccia alle streghe, in questo casi i “nostri vigili”, perché “bisogna dai na regolada”, “ades i fason vede noi chi che comanda …” oppure “no po ese i luore a comandà l paes”. Buttata in pasto ai lozzesi, insieme ad altre mille promesse, promissine, promissuccole, incoraggiata poi dall’ottimo porta a porta, ha sortito l’effetto che sappiamo.
Non mi meraviglio quindi che il vicesindaco abbia voluto precisare quanto da me riportato precedentemente, perché risponde a verità. A tutti dispiace vedersi appioppare una multa. Se poi si pensa e si induce a pensare che l’operato dei vigili sia “cattiverioso” (può darsi che per qualcuno lo sia stato; per me no), il gioco è fatto.
Qualche altra considerazione. Ciu poliziot is megl che uan: ovviamente in questo caso non è vero, nel senso che la riduzione dell’introito derivante dalle multe, segnalato dal vicesindaco, è anche imputabile al trasferimento ad altro incarico di Giuseppe De Polo. Se anche Achille Da Pra fosse stato trasferito l’introito per multe sarebbe chiaramente scomparso.
Ci sono poi da considerare le direttive impartite, che non conosco nel dettaglio, che condizionano la presenza dell’agente di polizia locale in determinati luoghi e nel rispetto di determinate fascie orarie. Mi spiego: se la maggior parte delle contravvenzioni avvengono a metà mattina e l’amministrazione impone alla polizia locale di essere presente in ufficio dalle 10.30 alle 11.30, è evidente che il numero di contravvenzioni caleranno. Ma calano perché non c’è la polizia, non perché la gente è più disciplinata.
Se poi la polizia non la fai lavorare il sabato e domenica, ma solo dal lunedì al venerdì è evidente che, anche in questo caso, le multe non possono che calare. Gli “sboroni” vanno in giro di sabato e domenica, di solito.
Dulcis in fundo. La patente a punti. L’introduzione della normativa (luglio 2003), a parte il primo periodo di rodaggio, ha portato ad una progressiva diminuzione delle infrazioni (ad eccezione di quelle per limite di velocità che da quest’anno sembrano in aumento, vedi autovelox).
In poche parole, a mio avviso, l’introito per multe si sarebbe comunque ridotto, anche se fosse continuata, tanto per dire, l’amministrazione Alessandro Da Pra. Ma se la diminuzione delle multe ottenuta in questo modo è ritenuta un vanto, allora può vantarsi anche quella casalinga che non ha un filo di polvere in giro perché la stessa è tutta sotto al tappeto.
Resta una certezza. L’agente di polizia locale-guardia boschiva espleta oggi la sua funzione solo in paese. Non lo si vede in giro per il resto del territorio (Pian dei Buoi per fare un esempio lampante). Più resta in paese più aumenta la probabilità che faccia multe (contro l’intendimento dell’amministrazione che le multe le vuole calare). C’è qualcosa che non va nel ragionamento: o c’è la paura che le multe extra-Lozzo possano essere più elevate di quelle in-Lozzo, e parrebbe veramente strano, o non si vuole che la guardia presidi il territorio.
Resta un dubbio. Chi è che non vuole che la guardia svolga il suo ruolo a 360 gradi? L’amministrazione o la guardia stessa?
L’ho sempre sostenuto: l’autonomia non è una panacea, non tutto ciò che brilla è oro. In poche parole, anche chi è autonomo ed è abituato a questa celestiale condizione, può avere problemi. E non da poco, circa 80 milioni di euro.
Mi chiedo: è un pregio o un difetto della macchina dell’autonomia trentina, imporre alle proprie amministrazioni una così stringente tempistica per la realizzazione degli interventi anticongiunturali (sostegno alla crisi)? Mi spiego meglio: c’è una certa differenza tra discutere sui tempi e le modalità di utilizzo dei soldi stanziati (Trentino) e discutere invece della remota possibilità di poter mai disporre di una quota parte di quei fondi (Belluno).
Io preferisco essere autonomo, avere a disposizione i soldi a sostegno della congiuntura sfavorevole, ed accetto più che volentieri la necessità di doverli investire in fretta.
Troppi soldi piovuti troppo in fretta per lavori da compiere in tempi troppo brevi. Sono gli oltre 80 milioni di euro stanziati nell’aprile dell’anno scorso dalla giunta provinciale a favore dei Comuni trentini nell’ambito delle misure anticongiunturali adottate per affrontare la crisi economica. I soldi erano stati stanziati in forza di un articolo inserito nella legge finanziaria varata in sede di assestamento di bilancio: «La Provincia – vi si diceva – concorre al finanziamento delle opere e degli interventi anticongiunturali dei comuni mediante un apposito fondo straordinario alimentato da stanziamenti a carico del bilancio provinciale. Il fondo è destinato a finanziare con priorità le opere e gli interventi che possono essere avviati entro i termini fissati dalla Giunta provinciale. Il mancato rispetto di questi termini comporta la revoca del finanziamento e il contestuale reintegro del fondo per il finanziamento di altre opere o interventi». I lavori dovevano essere consegnati entro il 31 luglio 2009 e conclusi entro il 30 giugno scorso. Ebbene, per ben 146 opere pubbliche le amministrazioni comunali hanno chiesto e ottenuto dal servizio autonomie locali della Provincia una proroga per concludere i lavori.[...]
Femenes – Vita quotidiana delle donne ladine nel Cadore di un tempo.
Presentazione del libro “Femenes” di Francesca De Meio e Francesca Larese Filon
Domenica 25 luglio ore 21.00 presso l’auditorium di Lozzo di Cadore
con la partecipazione del Gruppo Musicale di Costalta
Sul sito Ladino Cadorino ho dato spazio alla presentazione del libro ed alla foto della copertina. Qui, per i puristi della lingua (non vorrei che passassero notti insonni ad elaborare anatemi contro la “s” finale del titolo), vorrei attirare l’attenzione sul “perché di Femenes“, proprio in relazione al titolo. Dalla pagina 2 del libro edito dall’Union Ladina del Cadore de Medo:
Il perché di Femenes.
Uno dei tratti che contraddistinguono la parlata ladina è la “s” in finale di parola, ad indicare i nomi nella loro forma plurale. Questo tratto, presente tutt’oggi nella parlata ladina dell’Oltrechiusa e dell’Ampezzano, nella odierna parlata ladina centro cadorina lo si riscontra solo come “relitto” (pezuos, tabias, lenzuos, pras, pès, omins …). A noi tuttavia è parso bello, solo per quanto riguarda l’espressione del titolo, utilizzare per la parola “donne” la sua forma arcaica, che sicuramente era Femenes. Tutto ciò con il semplice quanto dichiarato intento di “lasciare una traccia” di questo elemento che l’evoluzione della lingua sta lentamente cancellando anche dalle espressioni residuali. Ci è parso bello insomma, anche se a sola valenza simbolica, affidare al titolo di questo nostro lavoro dedicato alle donne, la perpetuazione di un tratto linguistico distintivo di grande rilevanza.
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