della battaglia indefessa dei sindaci cadorini contro la disoccupazione

Io sono fra quelli che ritengono che i sindaci non possano fare nulla di veramente concreto contro la disoccupazione (al massimo qualche bazzecola). Il loro compito è altro e in ogni caso non gli si può chiedere di fare ciò che non sanno fare. Di più: i sindaci non devono fare nulla contro la disoccupazione. Meno lo stato si interessa di queste cose e meglio è. Se siamo nella situazione in cui siamo è perché lo stato si è infiltrato come un cancro in tutte le attività umane togliendo la libertà di agire ai singoli privati, unici portatori di rinnovamento, soffocandone le aspirazioni con tassazioni nordeuropee e servizi subsahariani. In buona sostanza: fuori dai coglioni lo stato, qualsiasi forma esso assuma.

Chiedere ai sindaci di risolvere il problema della disoccupazione è come chiedere a una suora di fare un servizietto: non è che in linea di principio non lo possa fare, ma le probabilità che lo faccia sono prossime a zero (o no?).

Su questo argomento il sindaco di Calalzo, a margine del servizio di catering svolto in occasione della “cena popolare”, così si è espresso:

«Ci prendiamo una pausa da una battaglia indefessa, noi e i nostri colleghi, contro la disoccupazione. Si dice che si vedono i primi segnali di ripresa. Ma qui ancora no».

(aggiornamento del 12 agosto 2013 ore 13:18: il sindaco De Carlo mi ha appena comunicato di non aver mai rilasciato la dichiarazione sopra riportata tratta dal CorrierAlpi! Il testo che segue va quindi letto “rimodulandolo” tenendo conto di quanto segnalato)

Ignoravo che i sindaci avessero intrapreso una battaglia contro la disoccupazione, che poi foss’anche indefessa, mi giunge come una meteora.

Potrebbe gentilmente, il sindaco di Calalzo, elencare le scaramucce (per fortuna si tratta di battaglia, non di guerra) che nell’insieme formerebbero questa battaglia indefessa? Così noi ne potremmo prendere atto e stupirci, se solo ce ne sarà data l’occasione. Pregasi eliminare dall’eventuale elenco le affermazioni di circostanza come le presenze di conforto, anche ad eventuali sit-it, l’accenno all’elargizione di soldi del Bim Consorzio al fondo sociale perché sono soldi piovuti dal cielo che con l’attività dei sindaci non c’entrano nulla, e gli interventi e le operette di carattere pubblico che tutte le amministrazioni nei secoli dei secoli ritualmente realizzano (chi più chi meno).

Inoltre: ogni caduta ha una sua fine (sto riferendomi alla crisi economica). Prima o poi ci sarà una qualche ripresa, è chiaro. Ma quella che Saccomanni ha definito ripresa è la contrazione dello 0.2% del PIL trimestrale quando era prevista la contrazione dello 0.4%: qui in Italia un minor calo del PIL viene visto ed interpretato come una ripresa. Ma la ripresa, quando ci sarà, non potrà avere effetti immediati sull’occupazione, come da copione: la storia passata non insegna proprio niente?

In attesa di elenco esaustivo, pronto a giubilare.

 

nb: ovvio che, per fare un esempio, se i soldi del fondo Brancher vengono dati ai comuni gli stessi diventano sede di spartizione dei medesimi con impiego di spesa pubblica (lasciamo stare l’efficienza di spesa). E’ chiaro che anche questo piano Marshall de noantri non può essere spacciato per battaglia indefessa contro la disoccupazione, essendo il sindaco un lattante nella culla a cui viene dato il biberon (così come lo stato glielo può togliere per quanto possa strillare). Aggiungerei poi che se i fondi sono stati messi a disposizione, lo sono stati in funzione dell’effetto dirompente dei referendum per passare in TAA, dei comitati promotori e della gente che li ha vinti, non certo dei sindaci (parte dei quali, anzi, stanno remando contro le istanze referendarie).

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