Già sul numero primaverile (pasquale) del bolpar, la rubrica “dal comune” riportava la notizia che:
“a breve riprenderanno i lavori, già in fase avanzata, davanti alla chiesa di Loreto. I servizi forestali dovrebbero terminare i lavori prima dell’estate, l’area recuperata a parco sarà ….”.
Nell’articolo i sette nani ed il parco di Loreto a Lozzo di Cadore, direttamente ispirato dalla notizia apparsa sul bolpar, sollevavo alcune perplessità:
I lavori, che dichiara essere (per fortuna) in fase avanzata (è davvero così?), dovrebbero, il condizionale anche qui è d’obbligo, “dovrebbero terminare prima dell’estate“.
Secondo il calendario in uso, l’estate inizia il 21 giugno. I lavori sono già in fase avanzata. Che cosa dovranno poi fare, se si insinua il dubbio che per terminare i lavori non bastino i mesi di aprile, maggio e buona parte di giugno? Se poi si considera che il cantiere è stato ri-aperto a metà marzo (giorno più giorno meno), la cosa lascia quantomeno perplessi.
Che manchi l’ausilio di Biancaneve?
Le successive vicende hanno poi visto anche un interessamento diretto del sindaco, descritto nell’articolo i sette nani di Loreto, nonostante l’aiuto del sindaco, non ce l’hanno fatta a finire i lavori per l’estate, nel vano tentativo di dare una sferzata ai lavori che stavano languendo.
Sul bolpar estivo mi sarei aspettato, quindi, una nuova puntata sull’avanzamento dei lavori al parco di Loreto. E invece niente. Si vede che per il comune i lavori sono terminati. Oppure i tempi necessari alla realizzazione delle ultime opere, che dovrebbero suggellare la riqualificazione del sito, non sono facilmente calcolabili.
Si tratta dell’installazione dei lampioni (ma non solo) che dovrebbero rischiarare la via d’accesso al santuario. E’ vero: i lavori finora svolti non erano ad alta intensità tecnologica; qui invece si tratta di lampioni, e la cosa appare subito più complessa.
C’è chi ha avanzato l’ipotesi che in giunta non vi fosse unanimità di intenti riguardo al modello di lampione da installare; altri invece sostengono che l’idea primigenia sia stata accantonata perché la giunta vuole che ogni lampione sia autosufficiente: in poche parole si vuole che ogni punto luce sia autoalimentato da un pannello solare. Una soluzione lungimirante.
Che per l’equinozio d’autunno, che quest’anno cade il 23 settembre, si possa avere il vialetto illuminato? Dio ci aiuta a far luce nella nostra anima, ma non possiamo sperare che illumini anche il vialetto di Loreto. Manca mai che qualche pellegrino si attardi in preghiera.

di Cagliostro
Il modo di dare le notizie sulla rubrica “Informazioni Civiche” da parte del Bollettino Parrocchiale non finisce mai di stupire.
Nella edizione testé data alle stampe si può leggere un articolo di autore anonimo (pertanto solitamente e normalmente attribuibile a fonte autorevole, secondo le consuetudini e le regole in vigore per quanto concerne la “Carta stampata”) e dallo stringato titolo “ABETI DI LORETO“.
Questa volta il pezzo, invero di buon taglio politico-diplomatico, appare tutto teso ad un “afflato” giustificatorio, ma non riesce ad evitare l’infarcitura con molta ipocrisia e non poco sfoggio di pseudo erudizione e cultura in fatto, cito testualmente, di “conoscenze ed osservazioni sperimentali sull’importanza ecologica dei boschi“. L’attacco è tipicamente “demo-cristiano” (inteso nel senso farisaico del termine), in quanto l’ignoto estensore ammette i motivi di “dissenso e discussione da parte di molti cittadini” e parla di “sentimenti egoistici derivanti dalla eliminazione della bellissima abetaia che ha tolto la visione panoramica boschiva agli amanti della natura…forestale” (sic!).
E l’esperto di riassetto territoriale giunge al punto di ammettere che si tratta di “sentimenti di tutto rispetto“. Poi però l’autore aggiunge che occorre tener presente non solo i vantaggi ma anche gli svantaggi che (con il mancato taglio, ndr) si sarebbero potuti riscontrare. E qui parte l‘impeto assolutorio, la spiegazione (invero molto soggettiva) del perché di questo generalizzato taglio raso, di questo (secondo molti lozzesi e non solo) autentico scempio. La spiegazione riesce però molto male, nel senso che l’intendimento di dare un supporto pseudo scientifico alla lezioncina ecologico-forestale impartita ai poveri lettori appalesa la vacuità di considerazioni che mettono in luce soltanto la contradditorietà ed insincerità dei ragionamenti messi in campo dall’incauto scrittore.
Dalla lettura del testo si arguisce chiaramente che lo sforzo profuso per convincere i non pochi dissenzienti sulla validità e bontà dell’”opera”, ha prodotto un effetto controproducente, nel senso che due bugie messe volutamente in fila non fanno una verità…
Se è vero infatti che l’area di rispetto del sacro edificio andava salvaguardata e preservata, mediante idoneo disboscamento, da due pericoli incombenti da esorcizzare: a) l’incolumità fisica del sito da eventuali trombe d’aria che avrebbero potuto far sradicare le piante sovrastanti la chiesa; b) il degrado della struttura dovuto alla umidità del terreno prossimo al manufatto, è altrettanto vero che ciò non giustifica affatto il taglio generalizzato della intera abetaia insistente sul bel pianoro antistante, area che risultava oggettivamente molto più bella prima, luogo paradisiaco che invogliava mente e spirito ad elevati pensieri, mentre la squallida landa deserta che attualmente si para davanti ai nostri increduli occhi non eleva certo l’anima alle Cose del Trascendente.
Un conto è insomma l’area di rispetto della chiesa, altro conto è l’intero tratto che poteva, anzi DOVEVA, rimanere tale e quale (semmai con un leggero diradamento e sfoltimento). L’altra contraddizione che si può cogliere nello scritto del nostro esperto è quella di aver voluto mettere insieme il taglio raso del ripido pendio che scende sulla statale (Col Campion e paraggi) con l’operazione portata a termine sul pianoro che dalla casa “Noni” porta alla chiesetta.
La scarpata, del resto, non faceva parte del progetto del così detto “Parco Benedetto XVI°” e non si capisce proprio il perché dell’indebito accostamento delle due cose, che sono nettamente distinte e distanti. L’una di competenza della Regione attraverso i Servizi Forestali e del Comune (che ha dato l’input all’iniziativa), l’altra di pertinenza dell’Anas o di Veneto Strade.
Quando poi si asserisce che il taglio raso ha “assecondato la crescita di nuova vegetazione di latifoglie rivestendo l’area” e che “negli anni gli aghi di abete avevano formato uno strato impermeabile superficiale tale da favorire, in caso di pioggia, lo slavinamento naturale del sottobosco” ci si riferisce chiaramente alla scarpata, che nulla ha da spartire con l’opera sovrastante. In tal modo si dicono poi cose oggettivamente e genericamente ovvie, ma non propriamente in linea ed attinenti alla idea progettuale del parco su menzionato. La zona, a memoria d’uomo, è sempre stata una pecceta ed i nostri vecchi avevano sempre provveduto a sfoltire la vizza per un adeguato riciclo del bosco. La “prolusione” dell’autore a sostegno delle sue tesi giunge al punto di insegnarci come verrà formata, dopo il taglio raso, una superficie fertile atta ad una vegetazione ed all’insediamento di nuovi alberi d’alto fusto. Il tutto appare alquanto anacronistico ed ancora contradditorio. Anacronistico perché ci vorranno decenni perché ciò possa ipoteticamente avvenire; va anche tenuto presente che sulla scarpata cresceranno prevalentemente siepi di nocciolo, non certo consone ad evitare pericoli sulla sottostante sede stradale. Per il pianoro infine, senza nuove rimpiantagioni, una nuova abetaia la vedranno forse i nostri pronipoti.
Ma l’Amministrazione Comunale non aveva parlato di posa in loco di piante a foglia larga?
Sono adatte tali piante alle nostre latitudini? Quanto costerà l’ipotetica operazione? E questo non stride alquanto con lo spirito della lectio-magistralis dell’esperto estensore sul Bol-Par?
Meno male che almeno la tesi giustificatoria per lo scempio attuato non si è basata anche su quanto affermato da un assessore circa il fatto che le piante tagliate erano tutte ammalate (bostrico?)!! Le ceppaie ancora in loco smentiscono questa squallida bugia assolutoria!
Conclusione: quando si vuol avere ragione a tutti i costi ci si arrampica sugli specchi pur di giustificare l’ingiustificabile. Si è trattato e si tratta di uno scempio e di uno spreco di denaro pubblico, il tutto per supportare una autentica mania boriosa: quella di aggiungere l’ennesima opera inutile e dannosa all’elenco, già nutrito, di vaniloquio inconcludente. Ed il Bol-Par si è, anche questa volta, fatto strumento (involontario?) di questa infausta politica. Non una targa a ricordo delle due visite papali, ma un parco-landa desertificato….

E’ di ieri questa limpida pensata del cardinale Bagnasco:
Il federalismo può essere «una ricchezza» solo se «costruisce l’unità». Se invece «disgrega» o «allontana» allora è sicuramente «un disvalore».
Immaginatevi ora l’Italia come un paese dal radicato passato federalista (un modello qualsiasi di quelli a disposizione, partendo magari dalla Svizzera), ed immaginatevi anche che serpeggi nella società una qualche forza centripeta (che porta al centro). Bagnasco avrebbe potuto dire:
Il centralismo può essere «una ricchezza» solo se «costruisce l’unità». Se invece «disgrega» o «allontana» allora è sicuramente «un disvalore».
Pura aria fritta! Benedetta, ma aria fritta.
Sarebbe stato molto meglio quella di Lourdes, ma intanto ci hanno provato con quella di Loreto. Ieri un’agenzia ASCA dava come imminente la visita di Bossi, accompagnato dal ministro Tremonti, al santuario mariano di Loreto in quel di Lozzo di Cadore.
Nel 2007 il luogo fu calpestato anche dai passi del papa che qui si fermò a pregare. Tale evento ha poi ispirato anche il nome al riqualificato luogo che, se la Santa Sede non avrà niente da ridire, sarà intitolato a Benedetto XVI°.
La Madonna (di Loreto) ha avuto un subitaneo sobbalzo quando ha sentito parlare del Trota: casi così disperati, ha confermato, non sono di sua competenza, bisogna provare davvero con Lourdes.
Una seconda agenzia ha poi confermato che i tre, a loro si è infatti poi aggiunto anche Calderoli (creando ulteriori disagi alla già provata Madonna), si sono effettivamente recati sul luogo.
Tremonti è stato visto insolitamente felice, forse ammaliato dalla metafora rappresentata dal taglio raso di ispirazione amazzonica (a proposito, sull’ultimo bolpar potete trovare una breve quanto dotta spiegazione scientifica sul perché del taglio raso), che evidentemente associa allo stato delle tasche degli italiani.
Bossi invece era semplicemente raggiante: finalmente il federalismo è stato applicato anche alla Chiesa. Dovete infatti sapere che già nell’aprile scorso larghissima parte dell’opinione pubblica britannica, e con lei le autorità governative, anche sull’onda delle lunghissime ombre gettate dalle vicende di pedofilia che hanno travolto il clero, avevano fatto sapere al Vaticano che, se proprio il papa voleva farsi un giro in Gran Bretagna, avrebbe dovuto pagarselo coi suoi soldi.
La Chiesa cattolica inglese ha cercato da subito di raggranellare, attraverso le offerte dei fedeli, i 17 milioni di euro che sarebbero necessari per organizzare e portare a compimento il viaggetto del papa. Inoltre, per la prima volta nella storia, i pellegrini che vorranno vedere il papa dovranno comprare il “pass del pellegrino“, biglietto di entrata che costerà tra i 6 ed i 28 € a seconda del tipo di evento (che, per baciare la mano del rappresentante di Dio in terra, saliranno a 150) .
Bossi ha ora la certezza che, sdoganato il federalismo anche fra le pie e devote gerarchie cattoliche, nulla potrà ostacolarne la diffusione sul territorio italico.
Calderoli sembra si sia invece divertito come un bambino con un gioco di ultima generazione lì trovato (carrucola): si è infatti trastullato fino allo sfinimento lanciandosi per la segreta quanto imperiosa gioia di “scarrucolare” (il soggetto è avvezzo a tal cosa in politica).
Bossi, prima di andarsene, ha voluto lasciare un imperituro segno di sé producendosi nel saluto del soldato celtico (cui però i compagni di merenda non si sono associati). E’ stato poi chiarito che il saluto ha avuto un solo e semplice significato simbolico, non dovendosi ritenere rituale (il Trota domani spiegherà la differenza).
Adesso si spiega perché, qualche giorno prima, il Matteo Toscani sia stato visto passeggiare meditabondo sulla spianata del primo parco solare alpino della storia.
Ci sono allergie che divampano nella loro virulenza in primavera, ce ne sono altre che durano tutto l’anno. Il sindaco di Lozzo di Cadore è allergico alla pubblicazione degli atti amministrativi che lui stesso produce (e che quindi dovrebbe avere l’orgoglio di spifferare ai quattro venti). E’ insomma allergico alla pubblicazione su internet delle delibere di giunta e di consiglio. Per questa sua intolleranza ho coniato un nuovo neologismo “deliberite“. Il sindaco di Lozzo di Cadore è dunque affetto da deliberite, una forma devastante di allergia che si frappone fra l’esercizio “privato” del potere e la sua manifestazione pubblica.
A questa imbarazzante allergia se ne è affiancata un’altra, di pari virulenza, che deve aver scatenato un mezzo shock anafilattico al nostro democratico sindaco: la determinite.
Quei mattacchioni di Per la Gente di Lozzo, infatti, si sono messi in testa di rendere pubbliche anche le determine di spesa prodotte dall’attività amministrativa. Sono documenti pubblici, al pari delle delibere, che completano la descrizione delle azioni di governo intraprese. Se sono pubbliche le delibere di giunta devono essere pubbliche anche le determine, io credo.
Tuttavia non so se la minoranza abbia veramente l’intenzione di pubblicare su internet anche le determine, cosa che sarebbe da salutare come un’altra conquista di libertà. Di certo è che la minoranza ha inoltrato la richiesta per ottenere copia di queste determine per ottemperare, innanzitutto, al loro ruolo di controllo e pungolo dell’attività della maggioranza. E’ un diritto sacrosanto sancito dalla legge. Se poi decideranno di renderle pubbliche come già fanno per le delibere, vorrà dire che Per la Gente di Lozzo ci avrà dato un secondo aiuto ad uscire dalla palude informativa in cui questa amministrazione, ed il suo sindaco in particolare, ci vogliono mantenere (in attesa del provvedimento di Brunetta).
Queste forme di allergia istituzionale suscitano, ovviamente, alcuni effetti secondari, primo fra i quali la perdita della memoria. Il nostro sindaco infatti, che per essere ligio al proprio dovere dovrebbe rispondere alle necessità della minoranza entro 30 giorni, si ricorda di dover dare risposta alla richiesta di copia delle determine dopo ben 70 giorni.
Immagino che, nel frattempo, la minoranza abbia anche sollecitato il sindaco cercando di avere risposta alla loro legittima richiesta. Ci sono però attacchi allergici che ti tolgono qualsiasi facoltà e non ti resta che aspettare che la vampata si esaurisca. Al massimo puoi andare a sentirti qualche concerto la sera, altro non puoi fare. Finché giunge il momento che … devi, ed ecco allora formulata, dopo 70 giorni, la doverosa risposta.
Cosa scrive dunque la minoranza nell’articolo il nostro richiamo al Sindaco al rispetto delle normative pubblicato sul loro blog?
Non vorremmo che la nostra disponibilità al dialogo sia male interpretata. Ecco perché ci siamo sentiti in dovere di richiamare il Sindaco ad una più aderente condotta e rispetto delle normative in essere che tutelano l’attività delle minoranze. Abbiamo prodotto una lettera, spedita per conoscenza anche al Prefetto, per ricordare che, fra tutti gli impegni che siamo sicuri l’Amministrazione deve affrontare ogni giorno, vi è anche il rispetto dei tempi di risposta alle istanze da noi presentate in nome e per conto, anche, di tutti voi che ci avete sostenuto e ci state sostenendo.
La frase finale è poi da incorniciare quanto è sibillinamente profonda:
Se il Sindaco non intende pubblicare le delibere della propria attività affinchè diventino di dominio pubblico, non ci interessa un gran ché, saranno gli elettori a giudicare questo comportamento, ma che almeno risponda nei termini dovuti. E se per caso fosse troppo impegnato, si faccia aiutare da qualcuno: noi, come dimostrato, siamo sempre disponibili!
Che altro dire? Queste forme allergiche non hanno, ad oggi, una vera e propria cura. Se uno ha la deliberite o la determinite, se uno è allergico alle varie forme di democrazia, beh! non può che tentare di fare il dittatorello. Se gli è permesso.
Prima di “Pierin la peste”, commentatore del BLOZ, interviene “Interessanti queste discussioni”, commentatore anche lui, che dice in coda all’articolo di Griso “ostracismo: le similitudini fra governo centrale e governo locale“:
E’ sorprendente vedere quante e quali cose saltino fuori da delle discussioni fatte in forma anonima. In questo modo c’è forse la possibilità di dire apertamente e francamente quello che si pensa e che altrimenti non verrebbero dette proprio per evitare anche l’ostracismo o di pagarla a caro prezzo in forme più o meno subdole o mascherate da interventi legittimi. Il malato di mente, o colui che lo si vuole far apparire tale, per arrivare a punirlo, lo si faceva rinchiudere nei manicomi per evitare che potesse nuocere alla propria salute/sicurezza o a quella della collettività.
Se non ricordo male anche Lozzo ha avuto un esempio, in passato.
Quindi possiamo aspettarci di tutto e di più!
Grande Danilo per l’ottima iniziativa che ha avuto a mettere in piedi questa bellissima COSA. Preciso ed ottimo l’intervento di Griso.
Quindi arriva “pierin la peste” che aggiunge:
Bellissimi discorsi, è vero, ma se alle prossime elezioni non si presentano una o più liste forti e con delle aspettative convincenti, si sa già come andrà a finire. Quindi dico a voi che di politica/amministrazione ve ne intendete… CANDIDATEVI!!!!
Il primo intervento mette in luce quello che dico da tempo: la democrazia, in questi nostri piccoli paesi, è un po’ come la mamma, ognuno ha la sua. Ed il sindaco ne ha una che è ancora più sua e che, banalmente, è diversa da tutte le altre. Il problema non è poi neanche questo, il fatto cioè di avere mille democrazie diverse, ma la difficoltà e talvolta l’impossibilità, di esercitarle in piazza in piena libertà.
Perché ci vuol poco a capire che quello che segnala “Interessanti queste discussioni”, “… altrimenti non verrebbero dette proprio per evitare anche l’ostracismo o di pagarla a caro prezzo in forme più o meno subdole o mascherate da interventi legittimi …” è in queste nostre piccole realtà la prassi. Dovuta, secondo me, alla pochezza (politica) degli uomini che assumono le cariche di governo e che, quando lo fanno, non cercano di emanciparsi dalle miserie umane che contraddistinguono la nostra esistenza.
Ma per fortuna c’è sempre qualcuno che canta fuori dal coro. Non sempre la sua voce si sente, non sempre la sua voce ha un seguito, ma è un bene che ci sia. L’anonimato, in questo caso, è un privilegio ed una forma di difesa della privacy, basta saperla usare nei confini dialettici di una “elastica decenza”.
Devo invece interpretare “pierin la peste”. Lui non dice quello che immediatamente parrebbe: non dice “invece di criticare provate voi a candidarvi …”. Pierin intende dire: “bei discorsi … ma se a questi discorsi non si dà poi un seguito … le cose non potranno cambiare, quindi … CANDIDATEVI”.
Sono d’accordo. Ma devo però chiarire un altro aspetto. Non ci si può aspettare che chiunque critichi Berlusconi debba per forza candidarsi per poterlo fare. E’ fin troppo ovvio. Così come è altrettanto ovvio se la critica è indirizzata a Zaia in Regione o a Bottacin in provincia. Ma vale anche per i nostri comuni.
A Lozzo di Cadore ci sono 1000 persone che dispongono del diritto di voto. Dodici delle quali, oltre al sindaco, hanno il compito di amministrare il paese, chi come maggioranza chi come minoranza. L’un per cento della popolazione ha avuto la delega di governare in nome e per conto dei votanti (1000 persone), ognuno nei rispettivi ruoli. Ma io non lascio l’un per cento della popolazione governare senza sapere, giorno per giorno, che cosa stanno facendo anche, e direi soprattutto, se li ho votati. Deleghe in bianco le possiamo dare solo a noi stessi, e talvolta ce ne pentiamo amaramente, figuriamoci se le possiamo concedere a degli “sconosciuti”.
Per descrivere le cose che rappresentano una realtà (la propria), per fare critica politica ed amministrativa non serve candidarsi. Basta essere e, soprattutto, sentirsi cittadini. Ed ognuno di noi lo è. Quindi parlare, discutere, confrontarsi viene prima di candidarsi. Certo, prima o poi, bisogna che qualcuno lo faccia. Altrimenti le cose non potranno cambiare.
Quindi, mi permetto di correggere “pierin la peste”, … INIZIATE A CONSIDERARE SERIAMENTE L’IPOTESI DI CANDIDARVI!!!
di Griso
Ostracismo è parola di origine assai remota risalente alla antica civiltà greca. L’ellenico significato del termine può essere tradotto nel nostro idioma con la definizione seguente: “ condanna all’esilio per voto popolare con cui erano colpiti i cittadini sospettati di attentare alla democrazia”.
Dare l’ostracismo era quindi sinonimo di “mettere al bando” e tale assunto aveva, per lo più, una valenza altamente civile e di salvaguardia delle Istituzioni contro il pericolo di instaurazione di “dittature” (nella accezione deteriore che questo termine era andato via via assumendo quale governo di un despota autoritario ed assoluto).
Con il tempo, l’applicazione dell’ostracismo aveva però assunto una valenza completamente avulsa dal concetto originario di difesa dell’ordine democratico legalmente costituito, ed il termine aveva subito un autentico stravolgimento interpretativo. Sovente l’attentato alle Istituzioni elettive avveniva proprio ad opera di chi a queste medesime Istituzioni era stato preposto, e ciò al fine preciso di pervenire a forme di governo personale ed assoluto attraverso la eliminazione dalla scena politica dei potenziali avversari-competitori e la dissoluzione di ogni organismo di controllo.
Spesso l’eliminazione avveniva attraverso la manipolazione strumentale dei fatti con la costruzione a tavolino di accuse infondate e la predisposizione di dossieraggi funzionali all’ottenimento, giustappunto, del programmato pronunciamento popolare sull’ostracismo (le vittime di allora erano, in pratica, i vari Caldoro di adesso….). Da strumento quindi di difesa democratica, l’ostracismo vide così completamente ribaltata la sua funzione, la sua natura e divenne precipuo elemento di lotta politica in dispregio delle Istituzioni e ciò proprio da parte di coloro che la Democrazia avrebbero dovuto difendere. Ruoli insomma completamente invertiti: i detentori del potere democratico si erano andati trasformando in attentatori alle primarie libertà; i veri difensori dei valori civili ingiustamente accusati di ogni nefandezza e messi al bando.
La Storia è piena di personaggi eletti democraticamente e poi divenuti sanguinari dittatori attraverso l’ostracismo decretato nei confronti degli avversari politici, applicato con metodi impostati sulla calunnia, sulla manipolazione delle notizie, sull’aggiustamento delle normative legislative in materia di giustizia; il tutto finalizzato all’obiettivo primario della radiazione dei competitori, anche con la omissione di atti dovuti al fine di procurare illeciti vantaggi derivanti da una politica spietata e cannibalesca.
Ai giorni nostri le forme moderne di ostracismo sono più che mai evidenti a livello centrale. Basti pensare al maggior movimento politico nazionale che si rifà a due concetti basilari: “Popolo” (al posto di Partito) e “Libertà”. Ma in questo partito vige un ferreo culto della personalità del capo, non esiste vera democrazia ed il conducator è la luce che illumina le menti degli idolatranti adepti.
Chi non si adegua al culto, chi critica la conduzione politica, chi non inneggia entusiasticamente al Capo viene messo alla porta senza tanti complimenti. Ma quali sono i metodi per radiare gli indesiderati? Vige il dossieraggio, vige la costruzione a tavolino delle prove della “indegnità”, infine c’è la sentenza emessa da un organismo ristretto alle dirette dipendenze del capo-padrone.
Di questi fatti le cronache odierne sono piene…..Se non si è sudditi, si diventa soggetti in odore di eresia, si viene monitorati, spiati ed infine stritolati dal perverso meccanismo messo in piedi dal padrone….L’esito finale è l’espulsione e la denigrazione.
Cosa avviene a livello locale? Fatte le debite proporzioni, il metodo presenta molte affinità con quanto descritto sopra riguardo al livello centrale. “Se non sei con me sei contro di me”, questa è la regola base che non ammette tergiversazioni. Ed allora si vedono nemici dappertutto, nemici che si cerca di isolare mettendo in campo forme di ricatto rudi e volgari, del tipo: “ti ho visto insieme a X, sappi che non è dei nostri ed è bene che tu eviti quella persona se vuoi continuare ad essere considerato nostro amico”. Con questi sistemi, caro Danilo, non ti devi meravigliare se sei considerato da lor signori alla stregua di un “serpente velenoso” e se ti vien dato “l’ostracismo”, nel senso che si cerca di creare il vuoto intorno a te per punirti di aver ardito criticare certa conduzione amministrativa e politica della Cosa Pubblica in paese. Ricordo quando qualcuno del clan ti tolse il saluto e ti venne spiegato che la tua “condotta” li aveva “irritati”. Il Bloz, come nell’antica Grecia l’Agorà, denuncia inefficienze, incapacità, sprechi, scelte opinabili, inopportune e/o avventate: Ed allora pronta è la reprimenda cui seguono i ricatti, per pervenire infine alla messa al bando!
Qui vige l’assunto riportato nel film “Il marchese del Grillo” dal bravissimo Alberto Sordi: “Io so’ io, e tu non sei un c…o” (dove i puntini vanno completati con una vocale ed una doppia consonante). Ma fino a quando durerà questo andazzo per cui o ti uniformi o sei considerato un nemico da abbattere soltanto perché osi pensarla diversamente dai padroni del vapore??
Questi metodi (quelli del duo di Piadena) vanno virilmente contrastati partendo da una semplice considerazione. Lor signori sono detentori pro-tempore di una funzione pubblica che dovrebbero (il condizionale è significativo e d’obbligo) esercitare a beneficio della intera Collettività, non di loro medesimi e della loro cerchia di amici. Ogni cittadino è costituzionalmente libero di esprimere le proprie valutazioni su chi amministra il paese (o la Nazione). Non sono ammessi (non dovrebbero essere ammessi) strumentalismi, ostracismi nei confronti dei non allineati al pensiero unico vigente. Sperequazioni e distinzioni fra amministrati sono, queste sì, da mettere al bando, pena un severo giudizio della Storia.
Ormai però 6 anni di conduzione hanno dimostrato e detto anche troppo su questi personaggi, che si ritengono i “depositari della verità e del bene assoluto”. Agli attuali occupanti-proprietari della Casa Comune di tutti i lozzesi, forse non resta altro che un pietoso oblio, la mercede che spetta a chi ha operato ed opera prescindendo dal vero concetto di democrazia, che aborre qualsiasi forma di ostracismo.
Funivia è una parola grossa, tuttavia … Avrebbe potuto diventare un buon punto di ristoro.
Ma così non è andata …





Eppure l’ondata di caldo è passata da un pezzo. Ma Ghino di Tacco parla di disvalori, visioni moderne, coraggio e moderna mentalità. Talaren si aggancia e sogna l’ovovia. Anch’io sogno qualcosa. Poi arriva Emilio con la funivia. Per quel che costa, sognamo …

Nell’articolo di ieri “il gabelliere di Calalzo” preannunciavo una tiratina d’orecchi a “il Giornale” che, come molti altri organi di informazione, da sempre, nella buona come nella cattiva sorte, collocano il nostro Cadore (e più in generale la provincia di Belluno) in Trentino.
Il merito o la colpa va addebitata in questa circostanza a Luca De Carlo che ha istigato la stampa proponendo la ormai famosa “Tassa De Carlo”, tassa sul pic-nic, intesa come utilizzo di aree e punti fuoco predisposti.
In un articolo di Smiderle, sempre su il Giornale, Dolomiti col tichet: c’è pure la tassa sul pic-nic, già si era riportato (il neretto è mio):
Quanto basta, però, per dichiarare guerra al turismo mordi e fuggi: «Un turismo di rapina -sostiene- di cui la montagna non ha più bisogno». «L’epoca del tutto gratis deve finire – è la motivazione di De Carlo – lascia traffico e rifiuti e non fa differenza in redditività: alle nostre Dolomiti non serve».
La faccenda del turismo di rapina viene ripresa in un secondo articolo de il Giornale, “la solita filosofia del salasso“, un “redazionale”, in cui tuttavia al nostro De Carlo viene attribuita una “cittadinanza” trentina.
[...] Basta con il «turismo di rapina» (l’espressione è stata usata da un sindaco del Trentino), di questi poveracci che possono permettersi solo un giorno di vette la «montagna non ha più bisogno», non fanno la differenza di redditività.[...]
Continuando, il redazionale sostiene anche che “Certe montagne in Cadore si vedono a pagamento.”; diventa quindi lecito, per il lettore non avveduto, associare il Cadore al Trentino. Ecco quindi che il nostro De Carlo rischia di passare alla storia come il primo sindaco cadontino della storia: cadorino per alcuni, trentino per altri.
Ma la sbandata continua:
[...] Comunque, lasciando da parte le considerazioni legate alle politiche del Trentino Alto Adige e dei suoi comuni c’è una considerazione più generale sulla mentalità che sta dietro a questi provvedimenti e che è più preoccupante dei provvedimenti stessi. È un vecchio vizio italiano che evidentemente non salva neanche il Trentino.
Che cosa aspettarci ora? Le secche smentite del TAA, ovviamente.
Giunti a questo punto però, a De Carlo ed al suo sereno ufficio stampa tocca inventarsi qualcosa di altrettanto efficace della “Tassa De Carlo”, con la speranza che la discussione mediatica che ne dovrebbe sortire ci aiuti a collocarci territorialmente con più precisione. In questa circostanza non possiamo che essere orgogliosamente a fianco di De Carlo.
P.S. sul sito de il Giornale l’articolo “la solita filosofia del salasso” è dato come radazionale. Scopro ora che sarebbe invece un commento di Paolo Del Debbio. La cosa, ovviamente, rende più cupo lo sbaglio di collocazione. Un conto è che a sbagliare sia un “oscuro redattore”, tuttaltro che lo sbaglio abbia la firma di un giornalista affermato com’è Paolo Del Debbio.
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