A Pieve di Cadore alle amministrative corrono due liste: una ricandida il sindaco uscente, l’altra ha come capolista il precedente vice-sindaco. Un vero e proprio incesto politicamente orripilante (più ancora di quello che si consuma a Belluno in casa Prade con la conversione “satanica” della Zoleo), ma utile ai fini elettorali, evitando il rischio di commissariamento in caso di mancanza di quorum. Sulla vaporosa inesistenza di un presidio del centro-destra (pur ammantato da lista civica) in un centro come Pieve ha già detto Carbogno.
Di solito le liste civetta non sono proprio così smaccatamente compromesse. In questo caso, a “contesa” politica chiusa, la maggioranza, resa tale solo dalla virtù della minoranza civetta, alla fine si ingropperà quest’ultima che, abbiamo l’ardire di pensare, parteciperà irrefrenabile e festante al godibile e profondamente appagante amplesso istituzional-amministrativo.
Quindi, perché sorprendersi se l’affluenza in quel di Pieve – in una giornata non proprio entusiasmante come meteo – alle 22 di ieri è stata del 33,18%, inferiore di 14 punti rispetto alle precedenti elezioni nelle quali fu del 47,40% ?
A meno di un colpo di reni del lunedì, che verrà ufficializzato tra qualche ora (alle 15) l’affluenza è probabilmente destinata a diminuire ancora, viste le premesse !! Che dite ! Considerati gli antefatti “incestuosi”, che la maggioranza dei cittadini abbia pensato … «ma che vadano a farsi fottere» ??
(aggiornamento: alla chiusura seggi delle ore 15 ha votato il 46,02% (alle precedenti il 64,67%: -18%)
Anche se di poco, il Mortadella francese (forse il Prodi italiano era un po’ meglio) ha superato quel grandegion di Sarkozy. Anche se Sarkó si è preso qualche libertà di troppo nei confronti della italiana repubblica bananiera, ridendo alle nostre spalle, come cialtronaggine preferivamo la sua, condita con un po’ di rigore, a quella del provincialotto Hollande dalle “mani bucate”.
Il fatto poi che il tecno-cialtrone di casa nostra, tale Monti, incapace di metter mano alla spesa pubblica se non chiamando Mr. Bondi – cui ha affidato il tentattivo di taglio di 4 miliardi di euro (su una spesa totale di 800 mld e aggredibile di 80) e a cui addosserà la colpa di un quasi certo insuccesso (la burocrazia italiana è la Casta per antonomasia, una cupola a comportamento mafioseggiante che si opporrà con tutti i mezzi ad ogni ipotesi di taglio) – abbia detto di avere le “stesse idee di Hollande sulla crescita“, ci consegna la certezza che, nel migliore dei casi non andremo da nessuna parte, nel peggiore ci avviteremo risucchiati dal buco nero della smisurata stoltezza ed incapacità di questi Sgovernanti.
Ultima nota: almeno i francesi se lo sono votato, il presidente. Noi invece ci troviamo tra i coglioni sia Napolitano, nominato dal parlamento, sia Monti, nominato dal precedente, detto il “peggiorista”. Vive la France.
E che dio ce la mandi buona coi mercati (più per l’Alba Dorata che per Hollande, per il momento).
Quello che riporto è l’estratto di un lungo approfondimento che descrive puntualmente i passi che hanno portato, con decreto d’urgenza, alla negazione per una parte della popolazione italiana di un diritto fondamentale, quello di votare per l’elezione delle Province, con le relative ipotesi di sviluppo del pateracchio governativo e relative possibili conseguenze.
Nella lunga ed approfondita disamina si racconta del ricorso al TAR, per evidente vizio di incostituzionalità, presentato da quattro province e da “un gruppo di cittadini organizzato della provincia di Belluno”: il riferimento è all’azione coordinata dal Movimento BARD Belluno Autonoma Regione Dolomiti (per Belluno la presentazione non poteva che essere veicolata da “cittadini” stante il fatto che la provincia è commissariata).
Un altro contributo alla “questione Province”, in attesa di sapere quale sarà la strada che questo governo tecnocialtronesco intenderà imboccare (epiteto guadagnato sul campo è solo marginalmente dovuto a come è stata ordita l’ “eliminazione” delle Province, o la loro trasformazione in enti di secondo grado).
Il delitto è finalmente consumato.
E’ arrivata la scadenza elettorale amministrativa, per molti ma non per tutti.
I cittadini di otto Province italiane – in virtù di quanto disposto da un decreto legge, in considerazione della straordinaria necessità ed urgenza di “salvare l’Italia” – non potranno esercitare il loro diritto di elettorato per il rinnovo dei propri rappresentanti nella Province.
[...]
Contro l’articolo 23 del decreto Salva Italia fanno ricorso, per evidente vizio di incostituzionalità, 8 Regioni: Lombardia, Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Campania, Molise, Sardegna.
Contro la mancata convocazione dei comizi elettorali della prossima tornata elettorale hanno presentato ricorso al TAR le Province di: Ancona, La Spezia, Vicenza e Como oltre ad un gruppo di cittadini organizzato della provincia di Belluno.
Un primo risultato è stato raggiunto: nasce una palese disparità nella rappresentanza di alcuni territori.
I cittadini di otto Province – a differenza delle altre – non avranno più una rappresentanza politica portatrice dei loro interessi in tutte le sedi istituzionali, ma saranno rappresentanti da un Commissario – non eletto ma nominato – che non risponde delle proprie scelte agli elettori ma al Ministro dell’Interno che l’ha nominato.
Con quale mandato un commissario potrà decidere se approvare un no ad esempio un piano urbanistico comunale?
Sulla base di quale autorità rappresentativa potrà stabilire le priorità negli investimenti ad esempio su scuole o su viabilità?
Sulle priorità nella destinazione delle risorse? Sulle scelte in merito al futuro assetto istituzionale nei tavoli di coordinamento?
Dal sito del BARD – Belluno Autonoma Regione Dolomiti:
Sabato 28 aprile 2012 il nostro Movimento – BARD Belluno Autonoma Regione Dolomiti – ha tenuto presso la Sala degli Affreschi di Palazzo Piloni (sede della Provincia) una conferenza stampa di presentazione del ricorso al TAR del Veneto, contro la mancata convocazione dei comizi elettorali per la Provincia di Belluno. Di seguito l’articolo pubblicato dal Corriere delle Alpi:
Bard all’attacco: «Si deve ridare l’ente Provincia a Belluno»
Il movimento Belluno Autonoma Regione Dolomiti (Bard) dopo il ricorso al Tar: «Non smetteremo di chiedere giustizia e autonomia per questo territorio»
BELLUNO. Ridare la Provincia a Belluno e il diritto ai cittadini di scegliersi i loro rappresentanti nelle autonomie locali. Ci va giù duro il movimento Belluno Autonoma Regione Dolomiti (Bard), che ha promosso ricorso al Tar del Veneto, con istanza di legittimità alla Corte Costituzionale, contro la decisione del ministero dell’Interno e del Prefetto di Belluno di non indire i comizi elettorali per il rinnovo degli organi di governo della Provincia. Al ricorso, che approderà nelle mani del giudice mercoledì, hanno aderito 19 firmatari. Assieme a membri del Bard ci sono anche gli ex presidenti della Provincia Oscar De Bona e Sergio Reolon, il sindaco di Belluno, Antonio Prade e i segretari provinciali o i rappresentanti dei principali partiti politici (Pd, Lega, Pdl, Idv).
«Noi siamo la Provincia ora», afferma il Bard, «con quest’atto i sottoscrittori del ricorso hanno esercitato il diritto di ogni cittadino a promuovere, sostituendosi di fatto alla stessa Provincia, un’azione popolare per vedere riconosciuta l’utilità di ritornare a un modello di piena partecipazione alla vita democratica della collettività bellunese». I promotori del ricorso intendono così tutelare «non solo il diritto dei bellunesi alla piena legittimità democratica della loro Provincia, ma anche riaffermare l’assoluta necessità di un ente territoriale in grado di esercitare pienamente la particolare autonomia ora assegnata a Belluno dallo Statuto della Regione».
Autonomia che così diverrebbe di difficile attuazione. Nell’ambito dell’approvazione del cosiddetto decreto Salva Italia «si è inferto un colpo irreversibile all’autonomia amministrativa, funzionale, organizzativa e finanziaria delle Province». Ciò perché il testo «non sopprime formalmente le Province, ma di fatto sostanzialmente le svuota delle loro natura costituzionale. Questo significa, per Belluno, cancellare ogni prospettiva di un miglioramento della competitività economica e territoriale rispetto alle Regioni autonome del Trentino Alto Adige e del Friuli Venezia Giulia, condannando irreversibilmente la nostra provincia a un rapido declino economico e sociale».
Gli estensori del ricorso, Gabriele Leondini, Daniele Trabucco e Giuliano Rizzardi, hanno delineato la natura del problema giuridico posto con la riduzione, attuata tra l’altro con il sistema della decretazione d’urgenza, delle Province ad enti di secondo grado, e la grave lesione che così si è prodotta al sistema delle autonomie garantito dalla Costituzione e dalla Carta Europea delle autonomie locali. Sgombrato il campo dalle “pretestuose” giustificazioni addotte per tale atto, in particolare quelle di natura economica «resta evidente il tentativo del governo centrale di risolvere l’attuale crisi colpendo proprio le autonomie locali».
Il Bard non indietreggia: «Non smetteremo di chiedere giustizia e autonomia per la Provincia di Belluno, convinti che questa sia la strada giusta non solo per un corretto sviluppo economico ma anche per la necessaria assunzione di responsabilità, soprattutto nel controllo della spesa, che ogni esperienza di autogoverno comporta. Per questo motivo chiediamo al Presidente del Consiglio dei Ministri e al Ministro degli Interni di provvedere con assoluta urgenza alla convocazione dei comizi elettorali per il rinnovo democratico degli organi elettivi della Provincia di Belluno».
Equitalia, pur essendo un carrozzone di Stato, col tempo ha affinato la propria efficienza. Al punto da arrivare a sollecitare il Governo ad emanare una norma che obblighi i Comuni ad appaltare a enti diversi (dalla medesima Equitalia) le riscossioni coattive. E tutto ciò, avendone pieni i coglioni, per demerito dei comuni che, non aggiornando tempestivamente i dati della macchina della riscossione, creano una montagna di problemi all’ente riscossore (sarebbero 65.000 in un anno e mezzo le cartelle contestate per pagamenti già affettuati ma non comunicati dai Comuni per palese inefficienza).
Il caro Giulio Tremonti inserisce la norma nel dl 70/2011 (13 maggio) ripreso a fine anno dal dl 201/2011 (6 dicembre). La norma prevedeva che dal 1° gennaio 2012 la riscossione coattiva fosse affidata con gara ad evidenza pubblica.
L’ANCI, Associazione Nazionale Comuni Italiani, corre in ginocchio dal Governo per avere una proroga dei termini in quanto i comuni “non sarebbero pronti a gestire il cambiamento introdotto”, proroga di un anno che viene regolarmente concessa. Ecco quindi che questo adempimento dovrà essere reso operativo dai comuni dal 1° gennaio 2013. L’Associazione si asciuga le perle di sudore e ringrazia.
Ora, messa alle strette, l’ANCI dichiara per bocca del suo presidente Delrio:
“Non e’ piu’ tempo del pugno duro di Equitalia, l’episodio di Bergamo racconta lo stato di ordinaria disperazione in cui viviamo. Abbiamo una proposta alternativa. Apriremo una societa’ di riscossione dei tributi locali al servizio esclusivo dei Comuni, gestita e partecipata dall’Anci nazionale. Un’agenzia meno costosa, che distingua i contribuenti in base al reddito, che adottera’ pesi diversi a seconda che si tratti di un evasore o di un pensionato in bolletta”. [...]
Noi partiamo da un principio diverso – sottolinea Delrio – Non si puo’ trattare allo stesso modo il pensionato che ha un appartamento di 80 mq e l’imprenditore che ha lo stesso tipo di alloggio. Distingueremo i contribuenti in base al reddito. Prima di mettere in campo delle azioni per il recupero crediti verificheremo se si tratta di un lavoratore dipendente o di un cassintegrato. Non metteremo certo ganasce fiscali per debiti da 1000 euro, come abbiamo visto accadere”
Alla domanda del giornalista di Repubblica “Così però si rischiano sperequazioni tra contribuenti.” il presidente risponde:
«Eviteremo questo rischio usando criteri fissi e trasparenti per valutare le situazioni, così come facciamo con le categorie di reddito».
Ora, quando mi immagino “cose fatte dai sindaci” mi viene in mente l’orrida pagina nera del Bim-Gsp, ancora da scriversi nei suoi esiti. Mi si accappona la pelle e più ancora, usando una colorita espressione ladina che ben descrive il terrore che provo, “me vien i pele del cu drete”. Sarà un’avventura tutta da vivere, questa del trapasso da Equitalia a ANCItalia (sempre che non intervenga un’altra proroga…).
Franco Roccon, ex presidente pidiellino del Bim-Gsp, accantonato in fretta e furia (insieme al consiglio di amministrazione che presiedeva) per dar spazio ad un triumvirato tecno-oligarchico cui affidare le precarie sorti dell’ente, si deve essere dedicato anima e corpo alla raccolta differenziata – a 11 anni dall’inizio del Terzo Millenio ci sembra cosa buona e giusta – tanto da spingere la medesima alla soglia fantasmagorica del 92%. Miracolo, questo, già acclamato da altro frequentatore dei paludati (direi … paludosi) ambienti del Bim-bum-bam.
Da notare, come sempre accade in questi casi, la rituale attribuzione alla popolazione del merito della riconquistata civiltà. Il merito quindi va:
ai miei concittadini che hanno voluto premiare la nostra scelta di organizzare al meglio il servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti.
Crede forse, Roccon, che altre scelte oltre a queste, obbligate, fossero possibili (Castellavazzo nel 2010 era al 38% di differenziata, quinto mondo insomma) ? Per Roccon quindi, la “nostra scelta di organizzare al meglio il servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti” coincide con quello che la Val Boite, per fare un esempio, fa da 10 anni a questa parte? Gagliardo l’emulo.
Inutile ricordare che questi sono i “sindaci dell’umido“, quelli che, come si diceva, con i piedi nel Terzo Millenio da 11 anni, si sono accorti che scorporando l’umido la percentuale di differenziata schizzava verso l’alto. E tutto ciò per la fausta proprietà di una molecola che i più chiamano acqua (e che recenti ricerche hanno scoperto essere presente in ragione del 90-95% nel cosiddetto umido). Intuizioni a dir poco geniali.
Nell’articolo gli equi-quaquaraquà del PDL veneto, ai pidiellini “polesani” che si stanno sbracciando al motto «Incontrerò tutti i sindaci del Pdl per studiare una strategia comune e mettere alla porta Equitalia» ho risposto con:
Fate presto però. Perché dal 1 gennaio 2013, se non intervengono altre proroghe, lo dovrete fare per legge.
Or giunge un’Asca che ribadisce il concetto (il neretto è mio):
Fisco: Equitalia, non serve disdetta. Gestione autonoma Comuni per legge
03 Maggio 2012 – 16:46
(ASCA) – Roma, 3 mag – ”I sindaci non devono disdire alcun contratto con Equitalia perche’ e’ la legge (decreto legge n. 201 del 2011) a prevedere che i comuni gestiscano da soli l’attivita’ di riscossione dall’1 gennaio 2013”.
Lo afferma Equitalia in una nota spiegando che il termine e’ stato prorogato dal Parlamento di un anno (inizialmente era fissato per il 1° gennaio 2012) ”per accogliere le richieste fatte proprio dai Comuni, anche tramite l’Anci, a piu’ riprese (da ultimo durante l’audizione dell’Anci davanti alle Commissioni riunite Bilancio e Finanze della Camera del 9 dicembre 2011)”.
”Gli annunci di alcuni sindaci di voler disdire il contratto con Equitalia – prosegue la nota – appaiono quindi pretestuosi, visto che e’ una norma dello Stato a imporre ai Comuni di gestire in proprio l’attivita’ di riscossione”.
Equitalia ricorda, infine, che ”i Comuni dal 1997 hanno la facolta’ di disciplinare autonomamente le forme e le modalita’ della riscossione delle proprie entrate. Se fino a oggi non l’hanno fatto un motivo ci sara”’.
[...] la vera domanda è: se è dal 1° gennaio 1998 – per effetto del d.lgs. 15.12.1997, n. 446 – che i comuni possono decidere di riscuotere per conto proprio i tributi, e se i risparmi sono quelli evidenziati da De Carlo, come cavolo hanno fatto i sindaci delle nostre amministrazioni a continuare ad affidarsi ad Equitalia in tutti questi anni?
O dormivano buttando via soldi “locali” (comunque incamerati dall’idrovora dello Stato centrale), o gli andava bene così o … sia l’una che l’altra.
Cogito ergo sum, diceva quel fannullone di Cartesio. I candidati sindaci alle prossime amministrative hanno scoperto che, in termini elettorali, la de-equitalizzazione paga (Calalzo di Cadore docet).
[...] Un esempio concreto lo abbiamo riscontrato proprio in questi giorni con il Comune di Calalzo di Cadore (BL), che si è “De-Equitalizzato” garantendo un risparmio pro-capite di 40 centesimi che, sommato per tutti gli abitanti, ha generato una somma di 13.000 euro impiegati dal Comune per attività di servizio e di prima necessità interni al territorio.
Ordunque: 40 centesimi pro-capite che generano una somma di 13.000 euro comportano una popolazione di 32.500 calaltini. Un tantino esagerata.
Per uno di loro, fra quelli del PDL intendo, che risulta sveglio, ve ne sono “n” d’altri che non vanno oltre il quaquaraquà (ricordate Sciascia?).
[...] Dal Polesine si schierano anche il coordinatore regionale del Pdl, Alberto Giorgetti, e quello provinciale Mauro Mainardi, che dice: «Incontrerò tutti i sindaci del Pdl per studiare una strategia comune e mettere alla porta Equitalia». (Gazzettino)
Fate presto però. Perché dal 1 gennaio 2013, se non intervengono altre proroghe, lo dovrete fare per legge.
Entro 60 giorni i 313 comuni veneti con meno di 5 mila abitanti dovranno presentare alla Regione il proprio progetto di gestione associata: fusione, unione oppure convenzione. Lo prevede la nuova legge approvata dal Consiglio regionale del Veneto, nell’ultima seduta di aprile, con 32 voti a favore e 1 astenuto. Per i comuni con popolazione fino a 1000 abitanti è fatto obbligo di esercitare funzioni e servizi in forma associata, mediante l’unione o in convenzione. I comuni con popolazione fino a 5000 nelle aree di pianura e fino a 3000 nelle aree montane sono obbligati all’esercizio associato delle funzioni fondamentali, che potranno essere svolte mediante l’unione dei comuni, convenzioni o ulteriori forme associative riconosciute con legge regionale. La legge prevede incentivi economici con priorità per le fusioni di comuni rispetto alle forme associative stanziando per il 2012 tre milioni e 150 mila euro.
Mi stavo chiedendo cosa penseranno di fare i Guglielmo Tell de noantri: fusione, unione o convenzione ? Fosse prevista anche la circonvenzione di incapaci, avremmo qualche chance. Allora, che ne dite della vecchia proposta di Lovigolo?
E di Lovigozzo, Lomegge, Domozzo, Aurozzo, Domalzo, Calieve, Pielalzo. E le unioni montane, che fine hanno fatto? Mi sa che saranno comvenzion, dubito comunions, e per le cofusion neanche a parlarne.
(aggiornamento: Legge n. 18 del 27 aprile 2012 Disciplina dell’esercizio associato di funzioni e servizi comunali).
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