3 Comments

  1. Attilio Bianchi
    20 Febbraio 2016 @ 00:41

    ‘Nilo de Benci: ocio mò a scrive masa ote Centro Cadore che Lozzese curioso 2 se stiza….. ma parliamo di mountain-dungeon for fucking bikers. Per gli aborigeni
    no-problem ma per i fucking-bikers forestieri in giro a random per coste CENTRO-CADORINE il tema sicurezza e orientamento non sono da prendere sottogamba. Un esempio che è divenuto ahimè un macabro classico è quello del biker tedesco e ‘l vecio fungaiolo con badante al seguito che invece di proseguire per la Storta hanno imboccato il 69 direzione Casermetta. E’ andata decisamente meglio ai fungaioli che almeno, se non hanno portato a casa funghi, hanno portato a casa la ” scorza “. Anche perché mi pare non abbiano nemmeno ricevuto la multa per essere arrivati al casone senza permesso con la loro fucking Panda e non avessero nemmeno il permesso per la fucking raccolta….. per non parlare poi del dispiegamento di mezzi e di risorse del soccorso alpino, spero che almeno quest’ ultimo conto sia stato saldato. Ad ogni buon conto… “Desta de luso” . In buona sostanza spero che certi percorsi vadano testati da gente che non conosce il territorio in modo da marcare più consistentemente certi punti di criticità che ad un esame aborigeno potrebbero sfuggire. Se a tutto ciò aggiungiamo contingenze negative come fatica che poi diventa ansia oppure variazioni ambientali con cambi di luce etc.. si fa più presto di quel che si pensa a trasformare una bella giornata in montagna in qualcosa di più spiacevole.

  2. Danilo De Martin
    22 Febbraio 2016 @ 18:33

    @Attilio,
    lo so che questo non è il migliore dei mondi, ma è quello che ci troviamo tra i piedi. Il problema della sicurezza, per esempio, è un minestrone. Bisognerebbe cominciare col dire che “la sicurezza” non è un problema collettivo, è innanzitutto un problema “individuale”. Guai, GUAI, fare affidamento alle strutture pubbliche per la propria sicurezza.

    Per tornare allo specifico: la strada cui faccio riferimento è quella militare che da Pozzale sale al Tranego. E’ come la nostra Strada del Genio solo che bianca, non asfaltata. Un eventuale tabellone a Le Spesse un biker neanche te lo guarda (perché nessuno viene alla cieca), e comunque non gli darebbe alcuna sicurezza (è strada). Non nego che sia bello un tabellone che ti dà il benvenuto tra le “montagne più belle del mondo”, ma questa non è sicurezza. Sarebbe come mettere un tabellone all’inizio di una qualsiasi autostrada con l’indicazione del percorso. E poi?

    Fin che stai sulla Strada del Genio (o su quella del Tranego) il problema non si pone. Se scegli altri percorsi – e vuoi averli sicuri – te li devono segnare, soprattutto i bivi. Del tabellone che ti sei lasciato alle spalle, magari 20 minuti prima, non sai che fartene. Questo “in media”; poi ci sono i casi specifici come quello cui fai riferimento tu. Ma è una casistica, almeno questo credo, “particolare” non generalizzabile.

  3. Attilio Bianchi
    23 Febbraio 2016 @ 00:05

    ‘Nilo de Benci: ho decisamente preso il sentiero sbagliato, ma se ad esempio compariamo spiaggia-montagna loro hanno creato un indotto che include il bagnino come figura di tutela e salvaguardia. Quando ci sono onde di risacca viene esposta la bandiera rossa etc…. Per esempio, da noi, basterebbero dei cartelli di divieto alle bici in capo ai bivi pericolosi, cioè quei bivi dove uno potrebbe incautamente imboccare il sentiero sbagliato. Se ci fosse un minimo indotto si potrebbe creare un centro informativo sull’ altopiano e non in paese. A me per esempio è capitato di fermare una famiglia di bikers con figlio di 10 anni che venendo da Col Vidal voleva raggiungere il casone di Cianpeviei per Somol invece che per la valle. Quello che voglio dire è che se fai promozione della bici lungo i sentieri di montagna devi assolutamente pensare alla sicurezza.