il presidente generale del CAI e le riserve indiane 'montaniche' /1

Il presidente generale del CAI, Umberto Martini, è stato recentemente ospite di Pieve di Cadore dove ha, al pari dei noti bivalvi marini, distillato perle di pensiero riguardanti il tema del “collegamento concreto tra montagna e pianura“. Accostandomi a tanta acutezza di pensiero provo, lo dichiaro apertamente, un netto timore reverenziale che in me raramente sgorga.

La più alta carica del CAI inizia subito a snocciolare con temprato impeto alpinistico un primo diafano pensiero:

«[…] Come non si può dubitare che non è possibile trasformare la montagna solo in un parco giochi, dove gli alpinisti di pianura arrivano durante i finesettimana. Chi abita la montagna ha il diritto di avere i sevizi come chi abita in pianura e di avere un uguale livello di vita. Certo non sarà facile, perché in questi ultimi anni tutto si è complicato, come si è complicata la vita di tutti i giorni».

Roba da far impallidire i “padri costituenti”. Sì perché nella Carta, quella ritenuta dagli italioti la “più bella del mondo”, i democristiani, comunisti e socialisti dell’epoca avevano già previsto – per puro caso eh – che i sudditi della neonata repubblica dovessero avere, ognuno, senza distinzione di bla bla bla, gli stessi diritti. Che il comandante in capo del CAI giunga a confermarlo ci leva dal cuore un peso di non poco conto. Comunque, cari montanari, sappiate che il mantenimento di questi diritti fondamentali che la Costituzione ci riserva, lo dice sempre il capo del CAI, “Certo non sarà facile perché“, aggrappatevi forte alla prima maniglia che trovate vicino a voi, “in questi ultimi anni tutto si è complicato“.

Insomma, una riesumazione del noto straziante dilemma “Essere o non essere?”. E noi montanari vorremmo tanto “essere” ma, porca troia, “in questi ultimi anni tutto si è complicato“, maledettamente complicato.

Permettetemi ora due divagazioni psicanalitiche di infima profondità ma che, tuttavia, devo segnalare (anche a costo di apparire, per l’appunto, superficiale). Nel primo caso trattasi ovviamente di refuso (galeotta fu la -r-) ma, scomodando Freud ed il ben noto concetto del lapsus, vorrei farvi notare come la disincantata cronaca interpreti genuinamente la cruda oggettiva realtà: «Chi abita la montagna ha il diritto di avere i sevizi come chi abita in pianura» (ok, sarebbero le sevizie, ma lasciatemi giocare). E’ da tempo che, da questi pixel, dichiaro apertamente che questo stato (di m., ma non denunciatemi) ci sevizia, montanari e pianuresi tutti insieme appassionatamente (per una volta accomunati dal destino cinico e baro).

Nel secondo caso lo scivolone (lapsus) è più intimista: “non è possibile trasformare la montagna solo in un parco giochi“. Detto altrimenti: “non ve lo mettiamo solo nel culo”. Andando avanti di questo passo il nostro debito di riconoscenza verso la pianura andrà senz’altro “statuito”. Si adombrano forse possibili risarcimenti per le ripetute – dolorose – violazioni?

E ora veniamo al refrain tanto caro a buona parte degli alpinisti di pianura. Il giornalista pone la domanda “Perché oggi non c’è un corretto rapporto tra gli alpinisti di pianura e la montagna?” alla quale il Nostro risponde:

«Manca la “comunicazione”. Non intendo quella legata alle nuove tecnologie, ma quella umana: una volta, nemmeno tanti anni fa – frequento il Cai dagli anni ’60 -, c’era uno scambio d’informazioni tra il montanaro e l’alpinista che arrivava in montagna per un fine settimana o per una vacanza. Oggi non più: spesso le sezioni organizzano dei pullman che gestiscono separatamente dal contesto montano, creando un distacco che diventa sempre più grande. È una forma di egoismo da parte di chi vive in pianura, che torna tutto a loro danno».

I meno giovani fra voi si ricorderanno senz’altro quando arrivavano – a frotte – “gli alpinisti” dalla pianura che ti chiedevano “Scusi, buon uomo, vado bene di qua per la Comici-Dimai alla Grande?”. Fra loro ce n’erano parecchi – quelli meno ardimentosi – che girovagando per le contrade dei nostri borghi esclamavano spesso, rimirando i campi di patate sui quali le femene si erano rotte la schiena,  “vara, un campo abandonao …” (tralascio qui di parlare delle spedizioni micotiche per non apparire triviale).

Che tristezza trasmettono, poi, quei pullman “gestiti separatamente dal contesto montano“. Eccheccazzo, un po’ di rispetto!! Almeno noi, noi montanari, quando organizziamo un pullman per la laguna di Marano, non lo gestiamo separatamente dal contesto lagunare, non sia mai. Eccheccazzo, siamo montanari, noi! E alle tradizioni lagunari ci teniamo tanto quanto alle nostre (e neanche vi racconto di tutte le alpinistiche incursioni ai boschi planiziali della Bassa…).

Ma per la perla di maggior pregio, distillata dal presidente generale del CAI nel contesto dato, dovrete aspettare la seconda parte di questo umile scritto.

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