il presidente generale del CAI e le riserve indiane 'montaniche' /2

Nel precedente post abbiamo potuto osservare da vicino due perle di pensiero distillate dal presidente generale del CAI, Umberto Martini, sul tema del “collegamento concreto tra montagna e pianura“:

  • l’una – di impronta costituzionalista – riferita alla non-possibilità di trasformare la montagna solo in un parco giochi ad uso e consumo dei pianuresi e al diritto dei montanari di avere gli stessi servizi di chi abita in pianura;
  • l’altra – di ispirazione più metafisica – riguardante la “mancanza di comunicazione tra alpinista e montanaro”, che sarebbe alla base del deteriorato rapporto che si è venuto a creare fra i due nel tempo (una volta, invece, il presidente lo rileva dalla propria esperienza diretta, “c’era uno scambio di informazioni tra il montanaro e l’alpinista” che, evidentemente, garantiva la bontà del connubio).

Nel post citato alludevo a un’ulteriore perla – di maggior pregio – che il Nostro si era preso la briga di distillare sull’argomento:

Cosa fare per consentire a chi vive e lavora in montagna di sopravvivere?

«È evidente che la pianura ha bisogno della montagna e di chi vi lavora. Il Cai non può permettere che la montagna muoia e si spopoli. L’interesse di far lavorare anche le guide alpine e quelle di mezza montagna che stanno nascendo, è fondamentale per far vivere la gente nei paesi in quota».

Trascuriamo il fatto che tanto evidente poi non è “che la pianura ha bisogno della montagna e di chi vi lavora” (chi lo dice? perché? in relazione a quali elementi e vicendevoli rapporti?) e che dire che “il Cai non può permettere che la montagna muoia e si spopoli” ha lo stesso valore pratico di affermare che “il fumo fa male alla salute“, “la popolazione sta invecchiando“, “è meglio sposare una donna bella ricca e intelligente piuttosto che una brutta povera e stupida (cit. Catalano)“.

Concentriamoci, dunque, sul sommo pensiero (guardate che, sia detto senza neanche un filino di ironia, non è facile trovare in giro voci così alte a salvaguardia della montagna e di ciò che rappresenta):

L’interesse di far lavorare anche le guide alpine e quelle di mezza montagna che stanno nascendo, è fondamentale per far vivere la gente nei paesi in quota».

Avete presente “I have a dream”?

Non ho parole. Ammutolito sono.

Ma aspettate, non andatevene, non è finita. Il comandante in capo del CAI snocciola un’ultima proposta davvero straordinaria:

Come fare, allora?

«Il Cai, pur essendo molto forte, non ha però nessun mezzo di coercizione per salvare i montanari. L’unico modo è di stabilire con la pianura e con le città legami stabili sotto forma di gemellaggi che porti all’organizzazione di escursioni fatte in collaborazione con chi in montagna ci vive: aumentando il lavoro anche degli operatori per far sì che possano vivere dignitosamente, con un reddito decente, e non solo sopravvivere».

Riassumiamo: il CAI è forte, molto forte, ma non ha però nessun mezzo di coercizione per salvare i montanari (coercizione?: da usarsi contro chi?). Caro presidente Martini, perché non provate, voi del CAI, a mettere un fiore nei vostri cannoni eh! Avercelo così duro e non poterlo usare deve essere frustrante oltre ogni immaginazione.

Messo via l’affare – forte e duro – per l’impossibilità d’utilizzo nelle condizioni date, il presidente generale escogita un altro modo, “l’unico modo“, per salvare i montanari (scusate se ripropongo l’acuto pensiero):

… stabilire con la pianura e con le città legami stabili sotto forma di gemellaggi che porti all’organizzazione di escursioni fatte in collaborazione con chi in montagna ci vive: …»

Porca di quella troia!

Non averci pensato prima. Ai gemellaggi, intendo. E anche all’organizzazione di escursioni in collaborazione con i pianuresi. Così, magicamente, aumentando il lavoro “anche degli operatori” (solo delle guide alpine e quelle di mezza montagna??? o anche degli altri montanari???) si potrà far sì che “possano vivere dignitosamente“, ma mica solo, anche con “un reddito decente” che potrà garantire al montanaro di “non solo sopravvivere“.

Che dire?

W il CAI! W i gemellaggi montagna-pianura! W il pranzo al sacco (a km zero)! W Happy Meal! (e il grappino di asperula da asporto che non si nega  a nessuno).

E abbasso il “mordi e fuggi”, se non sgorga da un “fraterno gemellaggio”.

Si sta aprendo una nuova stagione per i montanari. Fertile. Fertilissima, a giudicare dall’aspro olezzo di concime che da essa emana. Se il presidente generale del CAI Martini parla con quelli di Greenpeace, oltre al motto “Salviamo le balene” si potrà coniare anche “Salviamo il montanaro” mettendo in atto tutta una serie di azioni sinergiche, prima fra tutte quella – straordinaria – del “gemellaggio“. E che la Convenzione delle Alpi – così per dire – vada a farsi fottere.

E che vadano a farsi fottere anche tutte le istanze autonomiste!

Da ultimo, con profonda commozione, voglio lasciare spazio al motto del CAI:

Excelsior!

 

2 commenti per il presidente generale del CAI e le riserve indiane ‘montaniche’ /2