4 Comments

  1. Turismo: tranquilli, anche i ricchi piangono » BLOZ – il blog su Lozzo di Cadore Dolomiti
    31 luglio 2012 @ 16:24

    […] i ricchi piangono. Con la differenza che per loro questo è il primo vero anno orribile. Per noi il calo dura dal 1997, ininterrottamente. Pirotecniche le motivazioni (da condividere non in toto ma in buona parte): […]

  2. zirgi
    9 marzo 2013 @ 16:28

    Turismo dolomitico…Turismo bellunese…
    Di ritorno da un piccolo giretto pomeridiano in quel di Falcade, Vallada Agordina, Cencenighe, in piena (?) stagione invernale (inizio Marzo 2013).
    Sole, caldo, neve che va via via sciogliendosi…Una giornata meravigliosa.
    Poi mi guardo attorno…Pochissimi turisti, e da amante di montagne e architetture alpine, mi metto a fare un giretto tra questi comuni. Da rimanere allibiti, sconcertati, una tristezza che si fa di ora in ora più acuta. Venerande case del 1700, con i bellissimi soppalchi e poggioli in legno desolatamente vuote, i pluviali che grondano acqua da ogni parte, intonaci cadenti, pitture sacre settecentesche sbiadite, imposte chiuse o sconnesse. E tutto questo ovunque, con punte di climax nelle varie frazioni di Vallada e Caviola. Dappertutto, dico dappertutto, cartelli di “VENDESI”, nuovi, vecchi, gialli, rossi, blu (IMU docet).
    Un senso di sciatteria, di trascuratezza, di abbandono, di mestizia che tutto pervade, difficile da descrivere eppure palpabile, evidente, continuo.
    Ma la zona non è la terra delle montagne più belle del mondo? Di più, non è la terra della LUXOTTICA (uno stabilimento a Cencenighe, l’altro ad Agordo), che dovrebbe garantire benessere, occupazione per la popolazione residente, ricerca e sviluppo? Il connubio tra un’industria eccellente (almeno a leggere il Sole 24 ore) e un turismo con bistagionalità ha prodotto invece la fuga dalla montagna? Per me, innamorato delle Dolomiti, solo tristezza.
    In fondo la parete della magnifica Civetta osserva, muta.

  3. zirgi
    9 marzo 2013 @ 17:30

    Turismo dolomitico, turismo bellunese.
    Di ritorno da un piccolo vagabondaggio pomeridiano in quel di Falcade, Vallada Agordina, Cencenighe. Giornata magnifica di inizio marzo, sole caldo, pieno disgelo, piccola primavera incipiente. Amante come sono della montagna e dell’architettura alpina (un saggio bellissimo; Elio Migliorini, la casa rurale nella montagna bellunese) mi avvio tra le viuzze di alcune frazioni di Vallada, Cencenighe, Falcade. Sconcerto, tristezza, mestizia.
    Case settecentesche abbandonate, soppalchi e fienili cadenti, imposte sprangate, pluviali dai quali cade l’abbondante acqua del disgelo imminente. Su tutto un senso di trascuratezza, di abbandono, di mestizia…Si nota come l’impulso edilizio si sia bloccato, osservando lo stile delle superfetazioni, alla metà degli anni 60: il violento turchino di alcune tapparelle malamente inserite in qualche rustico lo stanno a dimostrare. Dopo il boom del 60 sembra che in quelle zone ci sia stata un fuga: cartelli di VENDESI ovunque, verdi , gialli, rossi, sui rustici, sulle abitazioni civili, su quello che si vede essere stato un ex albergo, su tutto. A fare da tristissimo contrasto i soliti casermoni, condomini costruiti da qualche immobiliarista trevigiano, immancabilmente chiusi pure questi.
    Ma non è forse questo, l’Agordino, una zona ove il connubio tra stagione estiva ed invernale, la presenza di una multinazionale esemplare come la Luxottica dovrebbe portare progresso e benessere? E le montagne “più belle del mondo”?
    Sullo sfondo la meravigliosa pareste nord della Civetta osserva, muta.

  4. Danilo De Martin
    9 marzo 2013 @ 18:24

    @zirgi,
    i due commenti sono stati scritti ad un’ora l’uno dall’altro. Con ogni probabilità avrai pensato che il primo non fosse giunto a destinazione, mentre era in attesa di essere moderato (il primo messaggio richiede sempre una prima approvazione che successivamente, se si mantiene nickname ed email inalterate, non serve più). Anche se il senso espresso nei due singoli commenti è il medesimo, mi è parso corretto pubblicarli entrambi, perché le parole usate per raccontare queste emozioni mettono sì in evidenza una medesima sensibilità, ma declinata con quel tanto di diversità da conferire un carattere distintivo ad ognuno di essi.