la pressione fiscale in Europa e lo strangolamento fiscale in Italia

La pressione fiscale totale che uno stato impone alla popolazione non è di per sé un valore dal quale trarre (da solo) sentenze sulla bontà o meno della sua “organizzazione statale”. Lo sa bene chi, pur essendo “oppresso” dalle tasse dello stato (vedi Danimarca e Svezia), gode di servizi sociali di ritorno che proteggono la vita dell’individuo fino alla morte, senza entrare nel dettaglio del numero e della qualità dei servizi che quotidianamente lo stato eroga ai cittadini. In poche parole, portando il ragionamento agli estremi, c’è chi pagando le tasse “investe” nel proprio futuro e chi, pagando le tasse, colma semplicemente, per gran parte, una spesa improduttiva (che sia anche il caso degli italioti?).

La pressione fiscale totale nuda e cruda, quindi, fornisce solo la base di partenza per una comprensione più profonda dell’articolato rapporto tra Stato e Cittadino. E partiamo quindi da questi dati. Tenendo conto che per l’Italia, in virtù delle manovre messe in campo da B. prima e da MM poi, la pressione stimata per il 2012 si alzerà fino al 44% per raggiungere il 44,5% nel 2013 (sempre che il Pil non si “restringa” oltre il preventivato): questo significa che dall’attuale quarta posizione per strangolamento fiscale a livello mondiale (badate bene, mondiale), conquisteremo la terza posizione (in realtà alcune stime ci danno già terzi). Al mondo, più tassati degli italiani (ripeto, italioti?), resteranno solo i danesi e gli svedesi. E senza tirare in ballo per ora il valore dell’economia sommersa, che ci spingerebbe già da subito al primo posto mondiale per strangolamento fiscale.

Questo articolo prende le mosse da quanto descritto in riferimento al recente blitz dell’Agenzia delle Entrate a Cortina d’Ampezzo ed al successivo intervento sui “parassiti di Stato“.

 

Grafica: Linkiesta

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